Chi frequenta la letteratura astrologica di ispirazione junghiana incontra prima o poi la formula: l’astrologia sarebbe, per Jung, una “scienza intuitiva”. La formula è utile, ed è nella sostanza corretta, ma non è una citazione. Nei testi quella coppia di parole non compare mai riferita all’astrologia. Compaiono invece tre espressioni distinte, che è bene tenere separate perché ciascuna dice qualcosa di diverso.
La prima è “metodo intuitivo”, o “tecnica intuitiva”. Nel saggio del 1952 sulla sincronicità, raccolto nell’ottavo volume delle Opere, Jung racconta il proprio itinerario di ricerca: aveva bisogno di un procedimento che producesse risultati numerabili e insieme lasciasse intravedere il retroscena psichico delle coincidenze significative, ed era partito dall’I Ching, poi era passato all’antica arte geomantica, e infine, sono parole sue, aveva cercato “un’altra tecnica intuitiva” e si era imbattuto nell’astrologia. Poco prima aveva chiamato l’intera famiglia di questi procedimenti “metodi intuitivi”, aggiungendo tra parentesi la specificazione tradizionale: i cosiddetti metodi mantici. La stessa formula ritorna, sei anni dopo e in inglese, in una lettera del 15 novembre 1958 a Robert Kroon, corrispondente ginevrino di Time e Life, che gli aveva chiesto un parere sintetico: l’astrologia è uno dei metodi intuitivi, come l’I Ching e la geomanzia, e si fonda sul principio di sincronicità.
La seconda espressione è “scienza naturale”. Scrivendo a Hans Bender il 10 aprile 1958, dunque pochi mesi prima della lettera a Kroon, Jung ragiona sulle componenti causali che l’astrologia potrebbe legittimamente rivendicare: le stagioni, che nel mondo animale contano davvero, e le fluttuazioni della radiazione protonica, che secondo le ricerche di allora esercitano un’influenza accertabile sulla vita umana. Nella misura in cui questi fattori operano, dice, sarebbe propenso ad annoverare l’astrologia tra le scienze naturali. Ma la frase successiva ritira metà di quanto appena concesso: i casi di predizione sorprendente sembrano fare richieste eccessive a una spiegazione causale, e lì preferirebbe ricorrere alla sincronicità. La conclusione è una formula che evidenzia come in psicologia non esiste l’aut-aut, esiste l’et-aut.
La terza espressione è quella che ci interessa di più, e si trova dove meno la si cercherebbe: nella voce Intuizione delle Definizioni dei Tipi psicologici, Jung osserva lì che la conoscenza intuitiva possiede un proprio carattere di sicurezza e di certezza, tale da indurre Spinoza a considerare la scientia intuitiva come la forma più alta di conoscenza. Il sintagma “scienza intuitiva”, dunque, ha una genealogia precisa: è la categoria spinoziana che Jung importa dentro la propria tipologia per qualificare non un oggetto, ma un modo di certezza.
Questo chiarisce che cosa possiamo legittimamente intendere quando applichiamo l’etichetta all’astrologia. Non intendiamo che l’astrologia sia una scienza approssimativa, una specie di fisica malriuscita cui si concede il beneficio dell’ispirazione, s’intende qualcosa di molto più circoscritto e molto più interessante: che il suo organo conoscitivo è una funzione psicologica determinata, l’intuizione, e che il suo statuto di “scienza” dipende interamente dal grado in cui quella funzione viene disciplinata. Per capire che cosa significhi, bisogna sapere con precisione che cosa Jung chiami intuizione e la definizione è meno vaga di quanto la parola comune faccia sospettare.
Nel linguaggio corrente “intuizione” designa un’impressione rapida, un fiuto, qualcosa a metà tra il presentimento e la fortuna. In Jung è invece il nome tecnico di una delle quattro funzioni fondamentali della coscienza, e la definizione è molto sobria: l’intuizione è la funzione psicologica che trasmette le percezioni per via inconscia.
Ogni parola di quella formula ha un peso importante. Anzitutto percezione: l’intuizione non è un pensiero né un sentimento, non elabora e non valuta, riceve. Insieme alla sensazione appartiene alle funzioni che Jung chiama irrazionali, dove “irrazionale” non significa contrario alla ragione ma semplicemente non giudicante: le funzioni razionali, pensiero e sentimento, producono i loro contenuti, le funzioni irrazionali li trovano. Ne discende che i contenuti dell’intuizione, come quelli della sensazione, hanno il carattere del dato di fatto, e non quello del derivato o del prodotto. È una differenza che chiunque abbia avuto un’idea improvvisa riconosce senza bisogno di teoria: l’idea non sembra costruita, sembra arrivata.
Poi per via inconscia: il tratto distintivo è che il soggetto non sa come ci sia arrivato. Nell’intuizione, scrive Jung, un contenuto qualunque si presenta come qualcosa di compiuto, senza che in un primo momento si sia in grado di indicare in quale maniera si sia formato. Di qui quella certezza singolare che affascinava Spinoza e che è, insieme, la forza e il pericolo della funzione: si tratta di una certezza fondata su un dato di fatto psichico reale, ma la cui elaborazione è avvenuta sotto la soglia, fuori dal controllo. È certezza psicologica, non garanzia di verità oggettiva e Jung, che pure era un intuitivo dichiarato, non ha mai perso di vista la distinzione.
Jung osserva che l’intuizione, insieme alla sensazione, è caratteristica della psicologia infantile e primitiva, e che essa fornisce al bambino e al primitivo la percezione delle immagini mitologiche, che chiama stadi preliminari delle idee. Detto altrimenti: la funzione che percepisce per immagini mitiche, prima che quelle immagini si raffreddino in concetti, è l’intuizione. Chi orienta il proprio atteggiamento generale secondo percezioni che gli vengono per la via dell’inconscio appartiene al tipo intuitivo, che si declina in introverso o estroverso a seconda che l’intuizione sia rivolta all’interno, verso la contemplazione, o all’esterno, verso l’azione.
Un elemento fondamentale per la nostra analisi va cercata però altrove, nel saggio Istinto e inconscio, che apre a questo tema una prospettiva molto ampia. Lì Jung definisce l’intuizione come una specie di rovesciamento dell’istinto: l’istinto è un impulso finalistico verso un’attività spesso estremamente complicata, l’intuizione è la comprensione finalistica inconscia di una situazione altrettanto complicata. La simmetria è elegante: come l’insetto esegue senza apprendimento un’operazione che nessun calcolo cosciente potrebbe programmare, così la psiche comprende senza deduzione una configurazione che nessuna analisi potrebbe percorrere in tempo utile. E come l’istinto ha le sue forme innate, così ne ha l’intuizione: sono gli archetipi, che Jung chiama esplicitamente forme a priori, congenite, dell’intuizione, archetipi di percezione e comprensione. Istinti e archetipi dell’intuizione, aggiunge, costituiscono insieme l’inconscio collettivo.
Va tenuto a mente, perché è il perno di tutto il ragionamento sull’astrologia: gli archetipi sono la struttura formale della funzione intuitiva. Non contenuti che l’intuizione incontra per caso, ma la sua grammatica.
Manca un ultimo tassello, che si trova nel saggio sulle determinanti psicologiche del comportamento umano. Jung vi presenta le quattro funzioni come funzioni di orientamento, e assegna all’intuizione un compito preciso: è la facoltà che permette di stabilire, almeno approssimativamente, i nessi spazio-temporali. È la funzione percettiva che abbraccia il subliminale, cioè la relazione possibile con oggetti che non compaiono nel campo visivo e le trasformazioni passate e future intorno alle quali l’oggetto non formula alcuna proposizione.
La formulazione più interessante di questo punto, però, Jung non l’ha affidata a un saggio ma a una lettera. Il 12 novembre 1945 risponde a Laurence Bendit, autore di uno studio sulla cognizione paranormale, e propone una distinzione che vale la pena di ricordare a memoria: la sensazione è percezione in tempo e spazio assoluti, l’intuizione è percezione in tempo e spazio relativi, o “elastici“. Nella stessa lettera fa rientrare senz’altro i fenomeni di percezione extrasensoriale nel concetto di intuizione che definisce, di nuovo, percezione per via dell’inconscio e confessa con qualche ironia di non saper vedere la differenza fra le due cose. Cinque mesi dopo, il 20 aprile 1946, torna sull’argomento con Bendit e aggiunge il correttivo che ci servirà più avanti: poiché ogni funzione della coscienza può essere diretta, controllata e differenziata, anche l’intuizione può essere esercitata e differenziata. Non è un poter magico, è una capacità che si educa.
L’intuizione è la funzione che percepisce inconsciamente totalità complesse, per immagini archetipiche, in un tempo e uno spazio relativizzati. Ciascuno di questi quattro tratti trova nell’astrologia, come Jung la descrive, un corrispondente esatto.
La tesi junghiana sull’astrologia rimane la stessa dalla prima menzione, in una lettera a Freud del 12 giugno 1911, all’ultima, nel 1958. L’astrologia non riguarda gli astri, riguarda la psiche proiettata negli astri.
Quella lettera del 1911 merita di essere letta perché contiene già tutto, compresa la parola chiave. Jung racconta a Freud che le sue serate sono occupate in larga parte dall’astrologia, che fa calcoli oroscopici per trovare una traccia del nocciolo di verità psicologica, e che ha ottenuto risultati che al destinatario sembreranno incredibili nel caso di una signora, la configurazione natale gli aveva restituito un ritratto caratteriale e alcuni dettagli biografici che appartenevano non a lei ma alla madre, e la signora soffriva di un forte complesso materno. Poi la frase che qui conta: un giorno, azzarda, scopriremo nell’astrologia una notevole quantità di sapere proiettato intuitivamente nei cieli. E precisa: i segni zodiacali sono ritratti di carattere, simboli libidici che raffigurano le qualità tipiche della libido in un dato momento.
Diciassette anni dopo, l’8 dicembre 1928, un collega di nome L. Oswald gli scrive perplesso perché in una conferenza gli era parso di sentire una valutazione positiva dell’astrologia. Jung risponde con una formula divenuta celebre: l’astrologia non ha propriamente nulla a che fare con le stelle, è la psicologia millenaria dell’antichità e del Medioevo. Aggiunge, con la consueta doppiezza costruttiva, che l’astrologia appartiene a quei movimenti che assecondano una sete irrazionale di conoscenza indirizzandola su un binario morto, ma che in questi campi dubbi c’è pur sempre qualcosa che vale la pena di conoscere e che il razionalismo contemporaneo ha scartato con troppa fretta: quel qualcosa è psicologia proiettata.
Nel 1954, rispondendo al questionario dell’astrologo francese André Barbault, la formulazione si fa tecnica: l’astrologia, come l’inconscio collettivo di cui si occupa la psicologia, consiste di configurazioni simboliche; i “pianeti” sono gli dèi, simboli delle potenze dell’inconscio. E l’oroscopo di nascita corrisponde a un momento determinato del colloquio degli dèi, cioè degli archetipi psichici.
L’immagine più bella, però, si trova in un saggio, e non parla direttamente di astrologia: è nelle Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche, dove Jung commenta a lungo la dottrina paracelsiana del lumen naturae. In Paracelso, osserva, la visione tipica degli alchimisti, le scintille che brillano nella nera sostanza arcana, si trasforma nello spettacolo di un firmamento interiore con i suoi astri: la psiche oscura è concepita come un cielo notturno disseminato di stelle, dove pianeti e costellazioni sono gli archetipi in tutta la loro luminosità e numinosità. Il cielo stellato, aggiunge Jung, è il libro aperto della proiezione cosmica, il riflesso dei mitologemi. Ed è in questa visione che astrologia e alchimia, le due antiche rappresentanti della psicologia dell’inconscio collettivo, si danno la mano.
Se si accostano ora le due tesi, gli archetipi sono le forme a priori dell’intuizione e l’astrologia è un repertorio di archetipi proiettati sul cielo, la conclusione si impone da sé, e non per analogia ma per identità strutturale. Il materiale astrologico è materiale intuitivo perché è fatto della stessa sostanza formale di cui è fatta l’intuizione. La funzione che nel bambino e nel primitivo percepisce le immagini mitologiche è la stessa che nell’astrologo percepisce i significati di Marte in decima casa. Cambia il grado di elaborazione culturale, non l’organo.
Resta da chiarire perché per un materiale simile occorra proprio l’intuizione e non basti il pensiero. La risposta di Jung è di ordine metodologico, e sta nelle pagine sulla sincronicità che precedono immediatamente l’ingresso in scena dell’astrologia.
L’esperimento scientifico, scrive, consiste nel porre il problema in una maniera determinata, che escluda per quanto possibile ogni elemento perturbatore e non pertinente. Pone condizioni, le impone alla natura, e in tal modo la costringe a dare una risposta orientata sulla domanda dell’uomo. In laboratorio si crea una situazione artificialmente ristretta al problema, e così si impedisce alla natura di rispondere attingendo alla massa delle sue possibilità. È il prezzo della precisione: si guadagna una risposta univoca e si perde la totalità.
Il procedimento mantico fa esattamente l’opposto. Nell’esperimento totalitario intuitivo, dice Jung con un aggettivo che oggi suona ambiguo ma che qui significa soltanto “che riguarda il tutto”, non c’è bisogno di domande che pongano condizioni e limitino la totalità del processo naturale. Nell’I Ching le monete cadono e rotolano come vogliono; a una domanda sconosciuta segue una risposta incomprensibile, le condizioni per una reazione totale sono quasi ideali. Lo svantaggio salta agli occhi ed è enorme: a differenza dell’esperimento scientifico, non si sa che cosa sia successo.
È a questo punto che Jung fa l’affermazione che risponde con precisione alla nostra domanda iniziale. Un’operazione conoscitiva di questo genere, che vede il singolo come parte di un tutto, riesce per ovvie ragioni impossibile all’intelletto puro. Il giudizio deve quindi basarsi in misura maggiore sulle funzioni irrazionali della coscienza, ossia sulla sensazione, intesa come sens du réel, e sull’intuizione, intesa come percezione definita principalmente da contenuti subliminali.
Non c’è altro luogo, in tutto il corpus, in cui Jung colleghi tanto esplicitamente i metodi mantici alla definizione tipologica dell’intuizione. E l’astrologia entra in scena poche righe dopo, presentata con l’argomento che chiude il cerchio: essa aspira, almeno nella forma moderna in cui si è evoluta, a ottenere configurazioni caratterologiche relativamente totalitarie, cioè immagini d’insieme. La totalità è l’oggetto proprio dell’intuizione, l’astrologia è una tecnica per produrre, a partire da un dato puntuale come un’ora di nascita, una configurazione totale.
Se l’intuizione è percezione in tempo e spazio relativi, l’astrologia è la tecnica che di quel tempo fa la propria materia prima. Barbault aveva chiesto a Jung che ne pensasse del “tempo qualitativo”, nozione allora molto discussa negli ambienti astrologici francesi. La risposta è più severa di quanto ci si aspetterebbe: Jung dichiara di averla usata in passato ma di averla sostituita con la sincronicità, e ne smonta la logica. Il tempo in sé non consiste di nulla, è un modo di pensare con cui esprimiamo il flusso delle cose, come lo spazio è un modo di descrivere l’esistenza dei corpi; dire “tempo qualitativo” è una tautologia, perché il tempo è sempre e soltanto qualificato dagli eventi. E l’ipotesi che il tempo qualitativo sia la causa del parallelismo degli eventi non spiega nulla: equivale a dire che il flusso delle cose è la causa del flusso delle cose.
La sincronicità, invece, esprime il parallelismo e l’analogia degli eventi proprio in quanto non causali. Ciò che l’astrologia può stabilire, precisa Jung, sono gli eventi analoghi, non che una delle due serie sia causa dell’altra e porta un esempio che gli astrologi farebbero bene a meditare: la stessa configurazione può significare una volta una catastrofe e un’altra volta, nello stesso soggetto, un raffreddore.
L’argomento più risolutivo arriva però nella lettera a Bender del 1958, e riguarda la precessione degli equinozi. Poiché il punto vernale è stato fissato convenzionalmente a zero gradi dell’Ariete fin dai tempi di Ipparco, mentre l’equinozio si è nel frattempo spostato nei Pesci, le correlazioni con le case planetarie sono puramente fittizie: la determinazione astrologica del tempo, conclude Jung, è puramente simbolica. Lo stesso ragionamento gli era già servito, il 29 gennaio 1934, per rispondere a un corrispondente di nome Baur che gli sottoponeva l’obiezione precessionale come argomento contro l’astrologia: la precessione, replica Jung, non è un’obiezione contro la validità dell’astrologia, è un’obiezione contro la teoria primitiva secondo cui sarebbero gli astri a irradiare effetti. È la primavera a contenere le forze attive, non il segno e fra qualche migliaio di anni, quando diremo “tempo d’Ariete”, il sole starà in Capricorno, senza che la primavera abbia perso i suoi poteri. Il fatto che l’astrologia fornisca comunque risultati validi, aggiunge, prova che non sono le posizioni apparenti degli astri a operare.
Un sistema di riferimento temporale che è simbolico e non causale non può essere percepito dalla sensazione, che opera in tempo e spazio assoluti; né può essere ricostruito dal pensiero, che opera per nessi causali. Resta la funzione che percepisce in tempo relativo, cioè l’intuizione. Non per esclusione retorica: per costruzione.
C’è un ultimo momento in cui l’intuizione interviene, ed è quello che riguarda più da vicino la pratica: il momento dell’interpretazione.
Descrivendo l’I Ching, Jung nota che i due saggi cinesi che ne fissarono il metodo dovettero prevedere anche un corredo di commenti, perché occorreva una conoscenza e specifica tra parentesi: intuitiva del significato della figura offerta di volta in volta dall’oracolo. I sessantaquattro esagrammi con le loro interpretazioni danno forma a una conoscenza interiore, inconscia, che coincide con lo stato in cui si trova la coscienza.
Per l’oroscopo vale lo stesso, e nella lettera a Kroon Jung lo dice con un paragone che è il più illuminante di tutti: l’esperimento è un aperçu intelligente, dello stesso ordine della forma di una mano o dell’espressione di un volto. Sono cose, aggiunge, di cui una mente stupida e priva d’immaginazione non sa che farsi, e da cui una mente superstiziosa trae le conclusioni sbagliate.
Il paragone fisiognomico è esatto e va preso alla lettera. Nessuno chiede la ripetibilità sperimentale alla lettura di un volto e tuttavia quella lettura non è arbitraria, perché esistono letture fini e letture grossolane, competenti e incompetenti. Il criterio di qualità esiste, ma si è spostato dallo strumento all’operatore. Ed è precisamente ciò che Jung dichiara: il limite più netto del procedimento sta nella mancanza d’intelligenza e nella mentalità letterale dell’osservatore. Suggestivo per una mente versatile, inaffidabile in mani prive d’immaginazione, pericoloso dice testualmente in mano a uno sciocco, come sempre accade con i metodi intuitivi.
Quando l’osservatore entra nel fenomeno
A questo punto il ragionamento compie il passo più radicale, quello che rende il problema epistemologico davvero serio.
Nel capitolo sull’esperimento astrologico Jung racconta di aver messo alla prova la tradizione su un materiale di quattrocentottantatré matrimoni, cioè novecentosessantasei oroscopi, cercando se negli oroscopi dei coniugi ricorressero più del previsto gli aspetti che la letteratura antica considera nuziali: la congiunzione di Sole e Luna, il rapporto di Marte e Venere, i loro rapporti con l’Ascendente. Il risultato fu curioso: ciascuno dei tre gruppi in cui il materiale era stato suddiviso mostrava un massimo in uno degli aspetti tradizionalmente attesi, e la probabilità congiunta di un simile allineamento gliela calcolò il fisico Markus Fierz era dell’ordine di uno su trecento miliardi. Jung la illustra con l’immagine delle tre scatole di formiche nere, ciascuna contenente una sola formica bianca, e delle tre formiche bianche che escono per prime.
Ma la conclusione che ne trae non è quella che un astrologo si aspetterebbe. Il fatto stesso che una coincidenza simile si verifichi, scrive, è così improbabile e incredibile che sembra quasi che il materiale statistico sia stato manipolato per lasciar intravedere un risultato positivo. Le condizioni preliminari di un fenomeno sincronistico, emotive o archetipiche, c’erano tutte: era evidente che sia lui sia la sua collaboratrice erano vivamente interessati al risultato, e il problema della sincronicità lo occupava profondamente da anni. Il suo esperimento, in altre parole, si comportava come un oracolo: aveva riprodotto casualmente il risultato che la tradizione si aspettava.
Se gli astrologi si fossero dedicati di più alla statistica, dice Jung, avrebbero scoperto molto tempo fa che le loro asserzioni poggiano su una base oscillante, ma potrebbe essere accaduto anche a loro ciò che è accaduto a lui: che esista una segreta reciproca connivenza tra il materiale e la condizione psichica dell’astrologo. Una corrispondenza del genere, aggiunge con onestà spietata, si presenta come un qualsiasi altro caso gradevole o spiacevole, e non pare dimostrabile scientificamente che sia più di un caso. La coincidenza può ingannare però, conclude, bisogna avere la pelle piuttosto dura per non restare colpiti dal fatto che due o tre volte, su cinquanta possibilità ogni volta, si verifichi proprio quella che la tradizione considera tipica.
Poche pagine dopo aggiunge un’ammissione ancora più sfavorevole alla propria tesi: il grande svantaggio della sua statistica astrologica rispetto agli esperimenti di Rhine è che l’intero esperimento è stato condotto, per così dire, su una sola persona, cioè su se stesso. E come nei protocolli di percezione extrasensoriale, dove i risultati dipendono dall’interesse vivace del soggetto e decadono man mano che subentra l’abitudine, anche i suoi risultati peggioravano con l’accumularsi dei numeri.
Il fondamento teorico di tutto questo è la nozione di conoscenza assoluta dell’inconscio. Alla psiche inconscia, scrive Jung a proposito della visione dell’incendio di Stoccolma avuta da Swedenborg, spazio e tempo appaiono relativi: la conoscenza si trova in un continuum in cui lo spazio non è più spazio e il tempo non è più tempo. Quando la soglia della coscienza si abbassa, si apre l’accesso a quel sapere e nasce la possibilità di percepire e “conoscere” eventi paralleli.
Ne segue una conseguenza che va guardata in faccia: nel procedimento astrologico l’intuizione non interviene soltanto al momento della lettura. Interviene già nella costituzione della coincidenza significativa. L’osservatore non è fuori dal fenomeno, ne è una condizione ed è per questo che il criterio di validità non può essere la ripetibilità sperimentale il che ci porta alla domanda difficile.
Se le cose stanno così, la domanda si pone con una certa urgenza: come si spiega l’interpretazione di un oroscopo da parte di un astrologo a un consultante, se il criterio di validità non può essere la ripetibilità sperimentale, perché lo stato psichico dell’osservatore è parte del fenomeno?
La risposta, restando dentro le coordinate di Jung, è che il criterio non viene abolito: viene spostato dal piano nomotetico a quello ermeneutico. Il consulto non è un esperimento mal riuscito. È un’operazione di genere diverso, con regole proprie e chi la giudica con i criteri della fisica sbaglia bersaglio tanto quanto chi pretende di sottrarla a ogni giudizio.
La prima cosa da riconoscere è che statistica e consulto stanno su due livelli disgiunti. L’esperimento sui matrimoni cercava di stabilire se la corrispondenza astrologica valga come norma regolare, e la conclusione di Jung è negativa: in presenza di grandi numeri le differenze di frequenza tra sposati e non sposati scompaiono, e c’è dunque poca speranza, dal punto di vista scientifico, di dimostrare la regolarità. Ma la sincronicità riguarda per definizione l’eccezione, non la regola: riguarda il caso singolo improbabile e carico di senso, non la distribuzione. Ne discende una conseguenza che taglia in entrambe le direzioni, e che vale la pena di sottolineare perché viene quasi sempre usata a senso unico: una statistica favorevole non legittimerebbe il singolo consulto più di quanto una statistica sfavorevole lo confuti. Chi vuole fondare l’interpretazione individuale su dati aggregati commette un errore di categoria lo stesso che commetterebbe chi volesse fondare l’interpretazione di un sogno sulla frequenza statistica dei suoi motivi.
La seconda cosa è che il modello di riferimento non è la misurazione ma la fisiognomica, secondo il paragone di Kroon. Un termometro funziona indipendentemente da chi lo legge, un oroscopo no. Questo non significa che tutte le letture si equivalgano: significa che il criterio di qualità non sta nello strumento ma nella competenza di chi lo usa, esattamente come accade nella lettura di un volto, di un quadro o di un testo. È una posizione scomoda per l’astrologia che ambisce allo statuto di scienza esatta, ma è perfettamente rispettabile: è lo statuto di tutte le discipline interpretative.
La terza cosa ed è quella che salva il consulto dall’arbitrio è che un controllo intersoggettivo esiste, e si chiama tradizione. Jung ci insiste: pianeti, case, segni e aspetti hanno significati costanti fin dai tempi più antichi, ed è su di essi che può basarsi l’interpretazione di una situazione di fatto. Questo repertorio funziona come i sessantaquattro commenti dell’I Ching: non garantisce la verità di una lettura, ma la rende pubblica, e dunque contestabile. Un’interpretazione astrologica può essere criticata come si critica una lettura filologica mostrando che forza il dato, che ignora uno strato di significato, che privilegia un elemento senza ragione, che confonde piani diversi. Non è poco. Jung, del resto, annota con una punta di ironia che i commenti astrologici sono così abbondanti da generare confusione, e legge in questa sovrabbondanza la prova che l’interpretazione non è né semplice né certa.
La quarta cosa riguarda la forma dell’enunciato, ed è il punto su cui Jung è più duro con gli astrologi. Rispondendo a Barbault che gli chiedeva quali critiche muovesse alla categoria, elenca: l’astrologo non sempre considera le proprie affermazioni come semplici possibilità; l’interpretazione è talvolta troppo letterale e non abbastanza simbolica, e anche troppo personale, ciò che lo zodiaco e i pianeti rappresentano non sono tratti personali, sono fatti impersonali e oggettivi e nell’interpretare le case bisognerebbe tener conto di più strati di significato. Tradotto nella situazione concreta del consulto: lo stesso contenuto è epistemicamente legittimo se formulato come possibilità simbolica e illegittimo se formulato come fatto accertato. Non è una questione di prudenza retorica, è una questione di verità: dire “questa configurazione descrive una tensione tipica fra bisogno di appartenenza e bisogno di distanza, che può prendere molte forme” è un enunciato vero al livello a cui l’astrologia opera; dire “lei divorzierà a quarantatré anni” non lo è a nessun livello. La linea di demarcazione Jung la traccia esplicitamente nella lettera a Kroon: l’uso superstizioso, predizione del futuro, o affermazione di fatti che eccedono le possibilità psicologiche, è semplicemente falso.
La quinta cosa è che l’indicazione d’uso, in Jung, è molto più ristretta di quanto la vulgata suggerisca. A B. V. Raman, direttore di una rivista astrologica indiana che nel settembre 1947 gli aveva chiesto un parere, Jung scrive che nei casi di diagnosi psicologica difficile si procura di solito un oroscopo per avere un ulteriore punto di vista da un’angolatura del tutto diversa, e che spesso i dati astrologici gli hanno chiarito punti che altrimenti non sarebbe riuscito a comprendere. A Kroon dice che l’esperimento è utile là dove si ha a che fare con una struttura opaca. L’oroscopo non è dunque un organo di conoscenza autonomo che sostituisce il colloquio: è un vertice supplementare, che vale per convergenza con materiale ottenuto per altre vie. La sua validità è quella della triangolazione, non quella della prova. E questa, si noti, è anche la ragione per cui Jung poteva usarlo senza contraddizione con la propria pratica clinica: nessuna informazione astrologica entrava nel lavoro se non trovava riscontro nel materiale del paziente.
La sesta e ultima cosa capovolge l’obiezione in condizione. Se lo stato psichico dell’osservatore è parte del fenomeno, allora il momento del consulto, quando il consultante è realmente in questione, quando c’è una domanda vera e non una curiosità, non è una circostanza esterna ma la condizione che rende il procedimento operante. Jung lo osserva a proposito dei dati di Rhine, dove i risultati dipendono dall’interesse vivo del soggetto e si degradano quando subentra l’abitudine, e lo ammette a proposito della propria statistica. È, in fondo, il vecchio principio del kairós, del momento opportuno, che nelle arti divinatorie non è mai stato un accessorio ma un elemento costitutivo. L’oroscopo consultato per gioco e l’oroscopo consultato in una crisi non sono lo stesso oggetto, non perché il cielo cambi, ma perché cambia la funzione che lo legge.
Sarebbe disonesto chiudere qui, perché la posizione ha un costo, e Jung ha fornito lui stesso le armi per il suo processo.
L’obiezione decisiva è la seguente: così congegnata, l’astrologia diventa infalsificabile. I casi riusciti confermano; i casi falliti si attribuiscono all’incompetenza dell’interprete, alla mentalità letterale, al momento sbagliato, alla mancanza di partecipazione emotiva. È il classico dispositivo autoimmunizzante, e non serve invocare Popper per accorgersene. Peggio: quando Jung ammette l’esistenza di una “segreta reciproca connivenza” tra il materiale e la condizione psichica dell’astrologo, sta descrivendo con parole della sua epoca esattamente ciò che la psicologia contemporanea chiama effetto Barnum, ricerca di conferme e selezione dei casi favorevoli. Nulla nei suoi testi permette di distinguere la connivenza sincronistica da quella cognitiva e va detto che Jung non ci prova nemmeno, perché il concetto stesso di sincronicità è costruito per essere descrittivo e non predittivo. A maggior ragione le tecniche di previsione astrologiche perdono di senso e significato.
Occorre inoltre ricordare che Jung ha oscillato fino all’ultimo. Nel settembre 1951 scrive ad Aniela Jaffé, in una lettera privata dal tono quasi eccitato, che deve rifare il capitolo sull’astrologia: l’astrologia non sarebbe un metodo mantico, ma sembrerebbe fondata sulla radiazione protonica solare, glielo aveva suggerito il fisico Max Knoll, e deve assolutamente fare un esperimento statistico per essere sul sicuro. Sette anni dopo, con Bender, la via causale non è abbandonata ma affiancata: et-aut. La verità è che Jung non ha mai deciso, e ha lasciato in eredità un problema aperto anziché una dottrina.
La posizione difendibile, allora, è più stretta di quanto gli astrologi di orientamento junghiano di solito ammettano. Il consulto astrologico non è validabile come conoscenza dell’oggetto, non fornisce, cioè, informazioni sul consultante che si possano garantire vere in quanto astrologiche. È validabile, se lo è, come dispositivo che produce immagini archetipiche di fronte alle quali il consultante può riconoscere, articolare e lavorare qualcosa che già lo riguardava. Tutto il peso della legittimità si scarica allora su due punti soli: sulla forma dell’enunciazione, che deve restare possibilità e non diventare fatto, e sull’onestà dell’interprete riguardo a ciò che non può sapere. Sono due punti fragili, perché dipendono da una virtù personale e non da una procedura. Ma sono esattamente gli stessi due punti su cui poggia qualunque pratica interpretativa che abbia a che fare con la vita di qualcuno.
Rimane da raccogliere il filo. “Scienza intuitiva”, in senso junghiano rigoroso, non significa scienza approssimativa né arte ispirata. Significa un corpo di conoscenza il cui organo è l’intuizione, la percezione per via inconscia di totalità complesse in tempo e spazio relativi; il cui oggetto sono gli archetipi, che di quella funzione sono le forme a priori, proiettati sul cielo stellato; il cui principio di connessione non è la causalità ma la sincronicità e il cui criterio di validità non può essere la ripetibilità, perché lo stato psichico dell’osservatore è parte del fenomeno.
Ciò che le conferisce, malgrado tutto, un titolo alla parola “scienza” è la disciplina cui quella funzione viene sottoposta: da un lato la costanza millenaria del lessico simbolico, che dà all’intuizione un supporto oggettivabile e la rende comunicabile e criticabile, dall’altro il controllo critico e, dove possibile, statistico, che ne limita l’inflazione quel metodo statistico che Jung lamentava mancasse alla letteratura astrologica scrivendo a Raman, e che si ostinò a tentare in prima persona pur sapendo di essere insieme sperimentatore e soggetto dell’esperimento.
La formula più chiara è quella della lettera a Kroon: non esiste ancora un’esposizione psicologica dell’astrologia perché non è stato posto il fondamento empirico, e ciò dipende dal fatto che l’astrologia non segue il principio di causalità ma dipende, come tutti i metodi intuitivi, dall’acausalità. È una diagnosi, non una condanna: dice che la scientificità possibile dell’astrologia non consisterà mai nel trovarle una causa, ma nel disciplinare la funzione che la esercita.
E si capisce, alla fine, perché Jung che l’oroscopo lo usava davvero, nei casi difficili non abbia mai considerato l’astrologia una tecnica predittiva. Il suo valore, per lui, non stava in ciò che le stelle farebbero, ma in ciò che l’uomo, guardandole, ha imparato a percepire di sé per una via che non passa dalla coscienza. L’astrologia è il caso storicamente più imponente in cui una civiltà ha costruito un apparato tecnico per esercitare, stabilizzare e trasmettere la funzione intuitiva. Che poi in quel cielo si legga il destino o soltanto se stessi è, in fondo, la stessa domanda che Jung ha lasciato aperta e che a suo modo ha risposto già nel 1911, quando scrisse a Freud di un sapere proiettato intuitivamente nei cieli, senza dire se qualcuno, lassù, lo avesse mai messo.
Riferimenti: le citazioni dai saggi provengono dai Tipi psicologici (Opere 6, voce “Intuizione”) e da La dinamica dell’inconscio (Opere 8: “Determinanti psicologiche del comportamento umano”, “Istinto e inconscio”, “Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche”, “La sincronicità come principio di nessi acausali”). Le lettere citate sono, nell’ordine: a Freud, 12 giugno 1911; a Baur, 29 gennaio 1934; a Bendit, 12 novembre 1945 e 20 aprile 1946; a Raman, 6 settembre 1947; a Jaffé, 8 settembre 1951; a Barbault, 26 maggio 1954; a Bender, 10 aprile 1958; a Kroon, 15 novembre 1958.
L’astrologia non è uno strumento scientificamente validato, e non sostituisce l’intervento psicologico o psicoterapeutico. Gli articoli presenti in questo sito intendono solo esplorare il valore simbolico, metaforico e narrativo che alcune persone attribuiscono a questa pratica e come possa essere di supporto così come altri strumenti che mettono al centro il paziente e la sua storia, senza nessun riferimento a modalità predittive.
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