Una frase incisa sulla soglia
L’incontro tra Georg Gerster e Carl Gustav Jung si apre davanti a una soglia. Sopra la porta della casa di Jung è incisa una frase latina che sembra custodire il significato dell’intera conversazione:
Vocatus atque non vocatus Deus aderit: chiamato o non chiamato, Dio sarà presente.
Gerster domanda a Jung perché abbia scelto proprio quell’iscrizione. Jung ricorda che si tratta di una sentenza proveniente dall’oracolo di Delfi: quando gli Spartani consultarono l’oracolo prima di intraprendere la guerra contro gli Ateniesi, ricevettero la risposta che il dio sarebbe stato presente. Non viene però detto che il dio sarà necessariamente favorevole, né che la sua presenza dipenderà dalla volontà di chi lo invoca. Il dio sarà presente comunque: chiamato oppure no.
Questa formula, posta all’ingresso della casa, diventa così un’immagine della concezione junghiana della psiche. Vi sono realtà interiori che non dipendono dal consenso dell’Io. Possiamo riconoscerle o ignorarle, accoglierle oppure respingerle, ma esse continuano ad agire. Il numinoso non attende di essere ammesso dalla ragione. Entra nella vita soprattutto quando la coscienza perde la propria sicurezza e si scopre esposta a qualcosa di più grande.
Il religioso come fenomeno naturale della psiche
Jung chiarisce immediatamente che, quando parla di fenomeni religiosi, non si riferisce necessariamente a una confessione, a una Chiesa o a una dottrina teologica. La religiosità, nella sua prospettiva psicologica, è un fenomeno umano spontaneo, che si manifesta con particolare intensità nei momenti di pericolo, sofferenza, paura o profondo turbamento emotivo.
Anche una persona che si dichiara non credente, osserva Jung, può esclamare involontariamente «O Dio!» quando viene sorpresa da un avvenimento sconvolgente. Dal punto di vista razionale, quell’espressione potrebbe apparire come una semplice abitudine linguistica. Tuttavia, per Jung essa appartiene ancora alla sfera del religioso, perché emerge nel momento in cui l’Io non possiede più parole adeguate per contenere ciò che sta accadendo.
Il nome di Dio affiora là dove il linguaggio ordinario non basta più. Non è necessariamente il risultato di una convinzione consapevole, ma la risposta spontanea della psiche a una situazione emotivamente sovrastante. I fenomeni religiosi, quando non consistono in rituali istituzionali, sono infatti strettamente legati all’emozione. Essi compaiono quando la persona si sente minacciata, impotente, stupita oppure conquistata da qualcosa che eccede la misura abituale della propria coscienza.
Il religioso si presenta dunque come un’esperienza di alterità interna. Qualcosa accade nell’individuo, ma non è stato prodotto intenzionalmente dall’individuo. È intimo e, nello stesso tempo, estraneo; appartiene alla psiche, ma non coincide con la volontà dell’Io.
L’archetipo e la forza del numinoso
Per comprendere questa esperienza, Jung introduce il concetto di archetipo. L’archetipo non è soltanto un’immagine antica conservata nella memoria collettiva, né un contenuto culturale trasmesso attraverso l’educazione. È una disposizione originaria della psiche, una forma innata attraverso cui l’essere umano reagisce alle situazioni fondamentali dell’esistenza.
Jung definisce l’archetipo numinoso. Ciò significa che esso possiede una forza emotiva capace di afferrare e sopraffare la coscienza. L’archetipo non viene semplicemente osservato dall’esterno, come si osserva un oggetto. Quando si manifesta pienamente, coinvolge la persona, la commuove, la intimorisce oppure la attrae. La sua presenza modifica lo stato psichico dell’individuo.
L’immagine di Dio o di una potenza sovrannaturale costituisce uno degli esempi più evidenti. Quando un uomo non riesce più a dominare la paura, può rivolgere spontaneamente una preghiera. Non deve necessariamente decidere di farlo dopo una riflessione razionale. La preghiera può imporsi da sé, come una forma psichica già pronta, che emerge nel momento in cui l’Io si sente inferiore alla situazione.
Per Jung, questo fenomeno mostra che la psiche possiede modalità innate di risposta. Davanti all’esperienza dell’incommensurabile, nasce nell’essere umano una rappresentazione altrettanto intensa. Il sentimento di essere sopraffatti richiama immagini, parole e gesti che appartengono alla storia più profonda dell’umanità.
Il numinoso non deve quindi essere considerato una costruzione arbitraria della fantasia. È piuttosto il modo in cui la psiche reagisce a ciò che non può essere assimilato dalle categorie ordinarie dell’Io.
L’inconscio come soccorso della coscienza
Nel dialogo emerge una concezione dell’inconscio molto diversa da quella che lo riduce a deposito di desideri rimossi, conflitti infantili o contenuti moralmente inaccettabili. Per Jung, l’inconscio può certamente essere oscuro e distruttivo, ma possiede anche una funzione regolatrice e, in determinate condizioni, persino soccorritrice.
Quando l’essere umano si trova in una vera situazione di necessità, afferma Jung, l’istinto può venirgli in aiuto. In caso di aggressione, per esempio, il corpo assume immediatamente una posizione di difesa. I movimenti, le emozioni e le rappresentazioni necessarie sono già disponibili prima ancora che la coscienza abbia avuto il tempo di ragionare.
Lo stesso principio vale per la vita psichica. Esistono forme innate del sentire, dell’immaginare e dell’agire. Come gli animali possiedono comportamenti caratteristici della loro specie, così l’essere umano dispone di strutture psichiche che si attivano davanti alle situazioni universali della vita: il pericolo, la nascita, la separazione, l’amore, la morte, la scelta, la perdita, la trasformazione.
Queste forme istintive della psiche sono gli archetipi. Esse costituiscono il fondamento inconscio sul quale si sviluppa la coscienza individuale. Quando l’Io viene sopraffatto, le potenze dell’inconscio possono intervenire offrendo immagini, emozioni o comportamenti capaci di orientare la persona.
Jung precisa però che l’inconscio non è semplicemente benevolo. Può aiutare la coscienza a uscire da una situazione critica, ma può anche produrre tensioni e difficoltà che costringono l’individuo a cambiare. In alcuni casi la crisi non nasce da un pericolo esterno, bensì da una trasformazione interiore che la coscienza non ha ancora riconosciuto.
Le soglie della vita e le crisi di trasformazione
Jung individua alcuni momenti dell’esistenza nei quali l’inconscio tende a manifestarsi con particolare intensità: la prima infanzia, l’adolescenza, il matrimonio, la scelta della professione, la maturità e la seconda metà della vita.
Questi passaggi non rappresentano soltanto cambiamenti sociali. Sono vere soglie psichiche. In ciascuna di esse, l’identità costruita fino a quel momento può diventare insufficiente. Ciò che prima sembrava certo perde evidenza; ciò che era rimasto sullo sfondo comincia a reclamare attenzione.
Un giovane, per esempio, può non conoscere ancora abbastanza se stesso da sapere quale professione scegliere o quale sia la sua autentica disposizione affettiva. Se il problema diventa doloroso e non può essere risolto razionalmente, possono comparire sogni capaci di mostrare ciò che la coscienza ignora.
Jung attribuisce particolare rilievo alla svolta che si produce intorno ai trentasei o quarant’anni. Utilizzando un’immagine solare, afferma che in questa fase il sole della vita comincia simbolicamente la propria discesa. Non si tratta ancora della vecchiaia, ma dell’inizio di una diversa direzione esistenziale.
Nella prima parte della vita l’individuo tende a costruire la propria posizione nel mondo: cerca una professione, una famiglia, un ruolo e un riconoscimento sociale. Nella seconda metà, invece, può emergere il problema del significato. Le mete esteriori non sono più sufficienti. La psiche chiede di integrare ciò che è stato trascurato e di aprirsi a una visione più ampia dell’esistenza.
Jung cita figure come Nietzsche e Fechner, nelle cui vite la maturità coincise con un profondo mutamento della visione del mondo. Ricorda inoltre la propria esperienza personale: alcuni sogni lo aiutarono a comprendere che il suo cammino non si sarebbe orientato soltanto verso l’archeologia o la storia, ma avrebbe richiesto anche una solida formazione nelle scienze naturali.
Il sogno non guarda soltanto al passato
La riflessione sul sogno segna uno dei punti di maggiore distanza tra Jung e Freud. Gerster richiama l’idea secondo cui i sogni sarebbero desideri privi del coraggio necessario per esprimersi apertamente. Una simile concezione interpreta il sogno principalmente alla luce del passato: esso riporterebbe alla coscienza, in forma mascherata, desideri rimossi o bisogni non soddisfatti.
Jung riconosce che molti sogni possono effettivamente essere spiegati in questo modo. Esistono sogni legati a desideri, paure, esperienze infantili o conflitti rimossi. Tuttavia, ridurre ogni sogno a una realizzazione camuffata del desiderio significa ignorarne la funzione più profonda.
Il sogno è, per Jung, una funzione normale della psiche. Non è necessariamente il sintomo di una patologia, né il prodotto casuale dell’attività cerebrale notturna. Accompagna la vita umana e può contenere una valutazione della situazione psichica più ampia di quella posseduta dalla coscienza.
Il sogno non guarda soltanto indietro. Può indicare una direzione possibile, anticipare simbolicamente uno sviluppo o mostrare aspetti della personalità che non hanno ancora trovato espressione. Questa funzione prospettica non equivale a una profezia letterale. Il sogno non descrive necessariamente eventi futuri, ma può prefigurare il modo in cui una disposizione interiore cercherà di svilupparsi.
Una persona può avere costruito la propria vita sulla base di una concezione troppo limitata di sé. L’educazione, l’ambiente e le aspettative collettive possono averle imposto una forma più stretta della sua effettiva natura. Il sogno interviene allora mostrando un orizzonte più vasto, una possibilità imprevista, una via che la coscienza non aveva ancora considerato.
Il sogno come funzione sociale e orientativa
Jung ricorda che presso molte popolazioni tradizionali il sogno possiede una dignità che la cultura occidentale moderna ha in gran parte perduto. In tali comunità, il sogno del capo o dell’uomo di medicina non riguarda soltanto la sua vita privata, ma può assumere una funzione sociale.
Nel colloquio viene riportato l’esempio, tratto dagli studi sulle popolazioni inuit, di un uomo che, guidato dai propri sogni, condusse una parte della comunità verso una regione nella quale sarebbe stato possibile trovare cibo. Alcuni decisero di seguirlo, altri tornarono indietro. Secondo il racconto riferito da Jung, coloro che proseguirono sopravvissero, mentre gli altri andarono incontro alla morte.
Al di là della ricostruzione storica dell’episodio, ciò che interessa Jung è il valore attribuito al sogno. In una cultura ancora collegata alle proprie radici simboliche, il sogno può diventare una forma di orientamento collettivo. Esso è considerato una voce della totalità psichica e non un residuo insignificante della notte.
La cultura moderna, al contrario, tende a privilegiare esclusivamente la coscienza razionale. Il sogno viene spesso svalutato perché non parla il linguaggio lineare dell’intelletto. Eppure, proprio nei momenti in cui il ragionamento non trova una soluzione, l’immagine onirica può aprire una strada.
La situazione terapeutica e l’apparire del “grande sogno”
La funzione orientativa dell’inconscio assume un’importanza decisiva nella psicoterapia. Jung descrive come particolarmente fecondo il momento in cui sia il paziente sia il terapeuta devono riconoscere di non conoscere la soluzione.
Questa ammissione non costituisce necessariamente un fallimento della terapia. Può rappresentare, al contrario, il punto in cui la coscienza rinuncia all’illusione di possedere già la risposta. Quando il problema è realmente giunto a una situazione senza uscita, l’inconscio può cominciare a funzionare in modo più evidente.
Può allora comparire un sogno capace di modificare la prospettiva. Non sempre il sogno offre una risposta diretta. Più spesso trasforma il modo in cui il problema viene visto. Introduce un’immagine, un personaggio, un paesaggio o un movimento simbolico che rende possibile ciò che, sul piano razionale, sembrava bloccato.
In simili circostanze possono emergere quelli che le culture tradizionali chiamano “grandi sogni”: esperienze oniriche dotate di una particolare intensità, spesso caratterizzate da immagini religiose, mitologiche o archetipiche. Il loro significato non riguarda soltanto un dettaglio biografico, ma investe l’orientamento complessivo dell’esistenza.
La compensazione dell’unilateralità
Uno dei compiti principali dell’inconscio consiste nel compensare l’unilateralità della coscienza. La personalità cosciente tende infatti a specializzarsi. Per adattarsi alla società, l’individuo sviluppa alcune capacità e ne trascura altre. Questa differenziazione è necessaria, ma diventa pericolosa quando una funzione pretende di rappresentare la totalità della persona.
Jung osserva, per esempio, uomini intellettualmente brillanti, spesso impegnati in attività scientifiche, che hanno completamente trascurato la sfera del sentimento. Essi sanno analizzare, classificare e spiegare, ma non riconoscono ciò che provano. Non comprendono i propri legami affettivi e possono trovarsi improvvisamente in conflitto con la vita.
In tali casi, sogni e visioni possono presentare immagini che appartengono proprio alla dimensione rimossa. L’inconscio restituisce alla persona ciò che la coscienza non ha sviluppato. Non lo fa attraverso un discorso teorico, ma mediante simboli capaci di suscitare emozione.
Jung racconta il caso di un uomo importante che si rivolse a lui in preda al panico dopo aver avuto una visione. Jung riconobbe in quell’esperienza un’immagine simile a quelle rappresentate dagli antichi alchimisti. Mostrandogli un libro di quattrocento anni prima, poté fargli vedere che la sua visione non lo espelleva dalla storia dell’umanità. Al contrario, lo riconduceva a una trama simbolica collettiva.
L’uomo moderno può spaventarsi davanti alle proprie immagini interiori perché non possiede più le categorie culturali necessarie per comprenderle. Ignorando la storia dei simboli, crede che l’apparizione di una figura archetipica rappresenti un’assurdità individuale o un segno di totale estraneità. Jung mostra invece che quella figura può appartenere a un patrimonio psichico condiviso.
La frattura della modernità
A questo punto il dialogo si allarga dalla psicologia individuale alla critica della cultura. Gerster osserva che vi furono epoche nelle quali il rapporto dell’uomo con l’inconscio era mediato da miti, riti, immagini religiose e tradizioni simboliche. Jung concorda e individua nel XIX secolo un momento decisivo di rottura.
La modernità ha sviluppato enormemente l’intelletto e la conoscenza scientifica, ma ha progressivamente dichiarato obsolete molte forme simboliche che in passato svolgevano una funzione psichica vitale. Il problema non consiste semplicemente nell’abbandono di alcune credenze. Consiste nella perdita della capacità di comprendere a che cosa servissero quelle immagini.
La crisi del cristianesimo, nella prospettiva junghiana, non è soltanto una diminuzione della pratica religiosa. È una crisi di comprensione. L’uomo moderno può continuare a pronunciare formule tradizionali o a partecipare a riti, ma spesso non sa più in quale modo quelle immagini riguardino la propria anima.
Il simbolo perde vita quando non viene più sperimentato interiormente. Può restare come forma esterna, come abitudine o patrimonio storico, ma non trasforma più la coscienza. Il problema non si risolve restaurando artificialmente il passato. Come osserva Gerster, non è possibile far girare all’indietro la ruota del tempo.
La psicologia analitica cerca piuttosto di comprendere in quale forma l’esperienza simbolica possa tornare accessibile all’uomo moderno senza chiedergli di rinunciare alla propria coscienza critica.
La dignità dimenticata dell’individuo
Jung si mostra profondamente pessimista quando Gerster gli domanda che cosa possa fare la psicologia per modificare la direzione della cultura. La voce del singolo sembra troppo debole davanti ai grandi movimenti collettivi. Inoltre, le persone desiderano spesso soluzioni che possano essere applicate rapidamente e indistintamente a tutti.
Jung ironizza sull’aspettativa di trovare un rimedio che possa essere somministrato dall’esterno, senza richiedere alcun lavoro personale. Si cercano formule valide per milioni di individui, mentre si considera poco interessante il destino concreto della singola persona.
Eppure, per Jung, è proprio questa svalutazione dell’individuo a costituire uno dei grandi errori della modernità. Non esiste una vita collettiva separata dagli esseri umani che la incarnano. Non vi è una “vita di milioni” come entità autonoma: esistono milioni di individui, ciascuno dei quali è portatore della vita nella sua interezza.
Ogni problema fondamentale dell’esistenza si presenta nella singola anima. Il senso, il dolore, la responsabilità, la paura e la trasformazione non appartengono alle statistiche, ma alle persone. La società di massa induce invece l’individuo a sentirsi trascurabile, sostituibile e privo di valore.
Chi si prende sul serio rischia di essere accusato di attribuirsi troppa importanza. Jung distingue tuttavia l’autentica considerazione della propria anima dal narcisismo. Prendere sul serio se stessi non significa credersi superiori agli altri, ma riconoscere che nessuna trasformazione può avvenire senza coinvolgere concretamente il singolo.
Anche il cristianesimo, ricorda Jung, non si diffuse inizialmente attraverso masse astratte, ma attraverso individui. Qualunque mutamento collettivo autentico attraversa la vita delle persone una per una.
La nevrosi collettiva e l’Ombra del mondo
Gerster suggerisce che la società contemporanea sembri avviarsi verso una grande nevrosi. Jung risponde che quella nevrosi è già in atto.
La divisione politica del mondo viene interpretata simbolicamente come una manifestazione della scissione psichica. Il conflitto tra blocchi contrapposti rispecchia la difficoltà dell’essere umano a riconoscere le parti di sé con le quali non concorda e che preferirebbe non possedere.
Come l’individuo proietta sugli altri i propri contenuti inconsci, così le collettività possono attribuire al nemico tutto ciò che rifiutano di vedere in se stesse. Il mondo esterno diventa allora il teatro sul quale viene rappresentata la frattura interna della psiche.
Jung osserva che l’Occidente parla di libertà, ma non sembra posseduto da una passione simbolica capace di dare senso alla vita. Il comunismo, invece, appare ai suoi occhi come una sorta di religione politica, sostenuta da una fantasia di redenzione collettiva. Con questa osservazione Jung non ne approva i contenuti, ma rileva la forza archetipica che un’ideologia può assumere.
Quando una cultura perde i propri simboli religiosi, il bisogno di assoluto non scompare. Può trasferirsi sulla politica, sul denaro, sulla tecnica o su qualunque altra realtà capace di impadronirsi dell’individuo.
Essere afferrati: il significato psicologico della religione
Gerster torna a interrogare Jung sul significato della parola “religioso”. Jung risponde che la religione è una relazione con il numinoso, con ciò che afferra l’essere umano.
Questa definizione sposta il problema dalla professione di fede alla struttura dell’esperienza. Religioso, in senso psicologico, è ciò che acquisisce un potere dominante sulla persona. L’individuo può essere afferrato da un’immagine divina, ma può esserlo anche dal denaro, dallo sport, dall’amore, dal potere o da un’ideologia.
Naturalmente, Jung non mette queste realtà sullo stesso piano dal punto di vista del valore. Osserva però che il meccanismo dell’essere posseduti può essere simile. Una persona crede di usare il denaro, ma può finire per essere usata dal denaro. Crede di servire un’idea politica, ma può esserne dominata fino a sacrificare la propria vita.
Il problema religioso riguarda allora il riconoscimento del limite dell’Io. Finché posso volere e realizzare ciò che voglio, posso considerarmi l’istanza suprema del mio comportamento. Quando però una forza più grande della mia volontà interviene e assume il controllo della vita psichica, entro nel territorio del numinoso.
La consapevolezza religiosa, nella formulazione junghiana, non consiste necessariamente nell’aderire a una dottrina, ma nel comprendere di essere sottoposti a potenze che superano la volontà cosciente.
Il bisogno umano di significato
Gerster insiste sul rapporto tra religione e significato. Se una persona viene posseduta dal denaro o da un’ideologia distruttiva, ci si può ancora trovare di fronte a un’esperienza religiosa? Non manca, in quel caso, proprio l’elemento del senso?
Jung risponde collegando il problema alla condizione dell’uomo moderno specializzato. Una vita eccessivamente unilaterale può diventare povera e priva di significato. Una persona può ripetere per anni la stessa attività, ottenere successo e riconoscimento, e tuttavia essere improvvisamente raggiunta dalla domanda: «Qual è il senso della mia vita?».
Quando l’esistenza non offre più una risposta, può comparire la nevrosi. Il disturbo psicologico non deriva allora soltanto da un conflitto pulsionale, ma dalla perdita della giustificazione interiore dell’esistenza. L’individuo dubita del proprio diritto a vivere perché non riesce più a collocare la propria esperienza all’interno di un orizzonte più vasto.
Per Jung, l’essere umano ha bisogno di rappresentazioni generali capaci di conferire senso alla vita. Non bastano l’efficienza, la produttività o l’adattamento sociale. Occorre sentire che l’esistenza individuale partecipa a una trama più ampia.
A questo proposito Jung ricorda il suo incontro con il capo religioso di una comunità Pueblo del Nuovo Messico. L’uomo gli spiegò che il suo popolo si considerava figlio del Sole e riteneva di avere il compito di aiutare il padre solare a compiere quotidianamente il proprio cammino nel cielo.
Dal punto di vista scientifico moderno, una simile convinzione può apparire ingenua. Jung ne coglie però la straordinaria potenza psicologica. Quegli uomini non vivevano come esseri insignificanti. Le loro cerimonie contribuivano, nella loro visione, al mantenimento dell’ordine cosmico. Il Sole non sorgeva soltanto per loro, ma per il mondo intero, e il loro compito rituale conferiva alla vita una dignità immensa.
L’uomo moderno può dimostrare che il Sole sorge senza l’intervento di alcun rito, ma spesso non sa più spiegare perché la propria vita dovrebbe avere valore. Ha acquisito una conoscenza precisa dei meccanismi naturali, ma ha perduto le categorie simboliche che permettevano all’individuo di sentirsi parte del cosmo.
«Non ho bisogno di credere. Io so»
Nella parte finale dell’intervista, Gerster pone a Jung la domanda più delicata. Gli chiede se, dopo una vita trascorsa a osservare i fenomeni dell’inconscio, egli creda in una realtà che trascende la psiche.
La domanda richiama la celebre intervista televisiva nella quale Jung, interrogato sulla propria fede in Dio, rispose: «Non ho bisogno di credere. Io so».
Nel colloquio con Gerster, Jung chiarisce il significato di questa affermazione. Egli non pretende di possedere una conoscenza metafisica di Dio. Non afferma di sapere che Dio esista come entità oggettiva al di fuori della psiche, né descrive quali caratteristiche tale realtà dovrebbe avere.
Ciò che Jung dice di sapere riguarda l’esperienza psicologica. Nel corso della propria vita ha constatato che gli esseri umani dipendono da presupposti inconsci e possono essere dominati da contenuti che non hanno scelto. Ha osservato sogni, emozioni, immagini e visioni capaci di imporsi alla coscienza con una forza superiore alla volontà.
Quando una persona è travolta da qualcosa che non ha prodotto intenzionalmente e che non riesce a controllare, si trova di fronte a ciò che l’umanità ha tradizionalmente chiamato Dio. Jung usa questo termine in senso psicologico: Dio è il nome attribuito all’esperienza di una potenza che relativizza la sovranità dell’Io.
La sua prudenza epistemologica rimane però assoluta. Essendo un essere umano, Jung non ritiene di poter stabilire che la propria rappresentazione corrisponda alla natura ultima della realtà. Trasformare un’esperienza psichica in un’affermazione metafisica sarebbe, dal suo punto di vista, un’indebita presunzione.
Egli sa di essere confrontato con qualcosa che lo sopraffà. Non sa da dove provenga in senso ultimo. Può soltanto constatare che l’esperienza gli giunge attraverso l’inconscio e che possiede una realtà psicologica indiscutibile.
Il sorgere del Sole e l’esperienza del kairos
Jung racconta un episodio avvenuto durante il suo incontro con una popolazione algonchina. Vedendo alcune persone rivolgere le mani verso il Sole nascente, pensò inizialmente che adorassero il Sole come una divinità. Quando indicò l’astro definendolo il loro dio, gli interlocutori risero.
Solo dopo alcune settimane Jung comprese che non era il Sole, inteso come corpo celeste, a essere considerato divino. Sacro era il momento del suo sorgere: il kairos, l’istante qualitativamente decisivo nel quale qualcosa si manifesta.
Gli uomini non adoravano l’oggetto materiale, ma l’evento della luce che appare. Nel momento dell’alba offrivano simbolicamente la propria sostanza vitale, rappresentata dal soffio e dalla saliva, partecipando al mistero del rinnovamento.
L’episodio mostra la difficoltà dell’uomo moderno nel comprendere l’esperienza religiosa. La mentalità razionalistica tende a cercare un oggetto: questo popolo adora forse il disco solare? Jung scopre invece che il numinoso non risiede necessariamente nell’oggetto, ma nella qualità dell’esperienza, nel momento in cui la realtà assume una forza capace di afferrare l’anima.
I confini della conoscenza psicologica
Gerster formula infine la questione nella sua forma più rigorosa: la realtà che raggiunge l’uomo attraverso l’inconscio esiste anche indipendentemente dalla psiche?
Jung non offre una risposta metafisica. Tutto ciò che l’essere umano conosce, afferma, viene sperimentato nel medium psichico. La materia, il mondo esterno, le immagini interiori e le idee religiose diventano accessibili soltanto attraverso la psiche, perché essa è l’organo mediante il quale facciamo esperienza.
Non possiamo uscire dal nostro stesso apparato conoscitivo per osservare la realtà da un punto di vista assoluto. Anche quando affermiamo che qualcosa trascende la psiche, quella stessa affermazione si presenta come contenuto psichico.
Jung non conclude per questo che Dio sia soltanto una costruzione psicologica. Una simile affermazione supererebbe a sua volta i limiti della conoscenza. Egli sostiene semplicemente che l’essere umano incontra il mistero nella psiche e attraverso la psiche. Oltre quel confine comincia l’enigma.
Questa posizione non elimina la realtà religiosa, ma la preserva da definizioni troppo sicure. L’esperienza del numinoso è reale perché trasforma la vita, indipendentemente dalla possibilità di dimostrare che cosa esista al di là di essa.
La soglia rimane aperta
Alla fine della conversazione, la frase incisa sulla porta della casa di Jung acquista il suo significato più profondo. Chiamato o non chiamato, il dio sarà presente. La psiche possiede profondità che non dipendono dalla volontà cosciente. Il sogno continua a parlare anche quando viene ignorato. L’archetipo continua ad agire anche quando la cultura non possiede più un nome per riconoscerlo. Il bisogno di significato continua a manifestarsi anche quando viene sostituito dal successo, dal denaro o dall’ideologia.
Jung non invita l’uomo moderno a rinunciare alla ragione, né a ritornare ingenuamente alle credenze del passato. Lo invita a riconoscere i limiti della coscienza e ad ascoltare ciò che emerge dalle regioni inconsce della personalità.
La crisi della modernità deriva, almeno in parte, dall’illusione che l’Io razionale rappresenti la totalità dell’essere umano. Ma l’individuo è più vasto della propria coscienza. Porta dentro di sé immagini antiche, disposizioni archetipiche, possibilità non vissute e una domanda di senso che nessuna spiegazione puramente tecnica può esaurire.
La psicologia non può dimostrare che cosa sia Dio in senso metafisico. Può però mostrare che l’esperienza del numinoso appartiene alla struttura dell’anima e che, quando viene repressa o svalutata, tende a riapparire sotto altre forme.
Può diventare sogno, sintomo, visione, ideologia o crisi esistenziale. Può soccorrere la coscienza oppure sconvolgerla. In ogni caso, ricorda all’individuo che egli non è l’unico signore della propria casa interiore.
La porta sulla quale Jung fece incidere l’antica sentenza delfica non separa soltanto l’esterno dall’interno. È la soglia tra la coscienza e l’inconscio, tra ciò che crediamo di governare e ciò che continua ad agire senza essere stato invitato. Attraversarla significa accettare che il mistero non cominci oltre l’essere umano, ma nelle profondità della sua stessa anima.
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