Il testo (scaricabile qui nella traduzione italiana) è una lunga sessione orale di domande e risposte nella quale Jung affronta temi teorici, clinici, religiosi e filosofici. Il filo conduttore è il rapporto tra coscienza e inconscio, tra una posizione e la sua ombra, tra conoscenza intellettuale ed esperienza vissuta, fino alla natura paradossale del Sé e dell’immagine di Dio. Presento un riassunto per argomento generato con l’IA del video in tedesco: https://www.youtube.com/watch?v=NvtBXx5lY_c dell’intervista del 1958.
Jung sostiene che ogni teoria, istituzione o posizione cosciente produca inevitabilmente un’ombra. Anche la psicologia analitica, proprio perché è una costruzione umana, contiene unilateralità, lacune, contraddizioni e conseguenze impreviste. Non basta però apprenderne il linguaggio: i concetti psicologici diventano reali solo quando penetrano nella vita e trasformano chi li incontra.
Il testo passa poi al rapporto tra psicologia dell’inconscio e fisica nucleare, unite dal confronto con l’ignoto e dal principio dell’asimmetria. Affronta quindi la possibilità di evoluzione psicologica dell’umanità, il problema dell’intervento dell’analista, la differenza tra colpa morale e colpa naturale, e infine il rapporto tra io, Sé e immagine di Dio. Il Sé appare come una totalità difficilmente rappresentabile, ambivalente e contraddittoria, comprendente bene e male, alto e basso, luce e oscurità.
Jung parte dalla domanda di Caracciolo: quale sia l’ombra della psicologia analitica. Risponde che non è possibile definirla in modo semplice, perché prima bisognerebbe stabilire che cosa sia realmente la psicologia analitica, e Jung stesso afferma di conoscerne soltanto le manifestazioni, non l’essenza definitiva.
Una realtà complessa non possiede un contrario semplice e chiaramente formulabile. Per conoscere la sua ombra bisognerebbe esaminare ogni singola affermazione e tentare di individuarne l’opposto, operazione che diventa quasi impossibile quando si tratta della psiche.
L’ombra non appartiene soltanto all’oggetto osservato. Dipende anche dall’osservatore, dalle sue proiezioni, dai suoi pregiudizi e dal modo in cui interpreta ciò che vede.
Per osservare la psicologia analitica “da dietro”, Jung suggerisce di raccogliere tutte le critiche e i pregiudizi che le vengono rivolti. Anche le opposizioni, persino quando sono deformanti, possono mostrare aspetti rimossi o non riconosciuti dalla teoria.
Come esempio, Jung prende il cristianesimo: quanto più esso si presenta come ideale assoluto del bene, tanto più produce dietro di sé un’ombra immensa e terribile. La sua formula provocatoria è che dietro il cristianesimo si possa udire la “risata beffarda dell’inferno”.
Non si può affermare qualcosa senza costellare anche il suo opposto. Una posizione completamente priva di ombra non sarebbe reale, perché ogni realtà umana è determinata dalla tensione dei contrari.
Jung riconosce apertamente che la psicologia analitica non è perfetta. Durante la sua vita ha modificato concetti, termini e definizioni, cercando continuamente errori, debolezze e contraddizioni.
La psicologia analitica non è presentata come un sistema dogmatico, ma come una disciplina empirica. Le formulazioni teoriche sono provvisorie e devono essere corrette quando l’esperienza mostra che non funzionano.
Jung indica alcuni territori ancora incompleti:
la ricerca storica;
il confronto tra culture e tradizioni;
il rapporto tra psicologia e biologia;
la verifica e l’ampliamento delle formulazioni teoriche.
La psicologia analitica deve quindi essere continuata, criticata e sviluppata da altri.
Chi formula un’idea veramente nuova si trova solo, perché inizialmente è l’unica persona a comprenderla e a sostenerla. Deve assumersene la responsabilità senza poter contare sul riconoscimento collettivo.
Il pioniere rischia di identificarsi completamente con il nuovo pensiero, perché esso diventa la sua verità e il suo compito. Proprio questa identificazione lo fa cadere nell’ombra della propria creazione.
Accogliere davvero la psicologia analitica può provocare isolamento. La persona si separa non soltanto dagli “sciocchi”, ma anche da individui intelligenti che possiedono convinzioni diverse o pregiudizi nei confronti della psicologia.
Una nuova idea non è soltanto un vantaggio intellettuale. Produce conseguenze esistenziali: modifica il modo di vedere se stessi, gli altri e il mondo, obbligando la persona a vivere in accordo con ciò che ha scoperto.
Jung distingue radicalmente la conoscenza dei termini dalla comprensione psicologica. Si possono conoscere parole come “pensiero”, “sentimento”, “intuizione”, “ombra” o “Sé” senza aver compreso ciò a cui rimandano.
Jung racconta di un collega che sosteneva di aver letto il libro sui tipi psicologici, ma durante l’analisi di un sogno non riusciva a riconoscere le funzioni psichiche. Aveva memorizzato le parole senza immaginare concretamente che cosa significasse pensare, sentire o percepire in quei modi.
Quanto meno una persona ha compreso una teoria, tanto più tende ad aggrapparsi rigidamente alle sue parole. I concetti diventano una difesa, perché costituiscono l’unica cosa che la persona possiede.
Una comprensione puramente intellettuale rimane confinata nel linguaggio. In psicologia, secondo Jung, si comprende qualcosa soltanto quando la si è vissuta e quando essa è entrata nella sfera dell’azione e dell’esistenza concreta.
Imparare una teoria equivale a imparare a impugnare un martello o una pinza. Non significa ancora aver costruito qualcosa: il vero lavoro comincia quando il concetto viene applicato alla vita.
Jung usa il simbolismo della Kundalini per descrivere la discesa della conoscenza dalla testa verso il cuore e il corpo. Il concetto deve penetrare in profondità, oltre la comprensione verbale, fino a coinvolgere l’intera persona.
Quando la psicologia non rimane più una raccolta di parole, la persona comincia a subirne le conseguenze. Entra nell’ombra della teoria e sperimenta personalmente conflitti, isolamento e trasformazione.
Chi si sente isolato tende a cercare la compagnia di persone che condividono le sue idee. Questa necessità è comprensibile, perché protegge dalla solitudine prodotta da una visione impopolare.
Il rischio è la formazione di un ambiente chiuso in cui circolano sempre gli stessi concetti e le stesse convinzioni. Jung definisce questo fenomeno una sorta di “endogamia intellettuale”.
La comunità può trasformarsi in un “grembo materno spirituale”, nel quale ci si rifugia per evitare il confronto con il mondo. La psicologia analitica diventa allora una protezione regressiva, anziché uno strumento per affrontare la realtà.
Jung ironizza sul rischio che i suoi seguaci finiscano per sentirsi a casa soltanto a Zurigo, cioè esclusivamente nell’ambiente junghiano. Questo indicherebbe un’incapacità di tradurre la psicologia nella vita ordinaria.
L’apprendimento dei concetti può dare una sensazione prematura di comprensione e superiorità. È però una vittoria apparente: la vera intelligenza nasce quando la persona deve difendere e verificare quelle idee nella realtà.
Jung risponde a una domanda di James Kirsch sulla quarta dimensione e sul rapporto tra un’immagine asimmetrica e le scoperte della fisica nucleare moderna.
La psicologia dell’inconscio e la fisica nucleare procedono con metodi diversi, ma entrambe si avvicinano a qualcosa di ignoto. Ai confini della conoscenza diventa difficile stabilire se ciò che non si conosce sia propriamente psichico o fisico.
Dire “inconscio” non significa aver spiegato la natura di ciò che viene indicato. Analogamente, parlare di materia fondamentale non elimina il mistero: si assegna un nome a una realtà che continua a rimanere sconosciuta.
Quando la fisica specula sulle realtà ultime, può produrre immagini che possiedono una struttura mitologica. Jung cita materia e antimateria e alcuni termini scientifici che, nella trascrizione, risultano probabilmente deformati.
Jung richiama le scoperte sulla violazione della parità e sulla cosiddetta “mancinità” di determinate particelle. Riporta scherzosamente l’osservazione di Wolfgang Pauli secondo la quale Dio dovrebbe essere “leggermente mancino”.
La simmetria era stata considerata quasi un assioma della natura. Le scoperte fisiche mostrano invece che la realtà non è perfettamente speculare e che contiene un’asimmetria fondamentale.
Anche nella psiche coscienza e ombra non sono copie perfettamente simmetriche. Sono complementari o compensatorie, ma non coincidono esattamente.
Jung usa il termine “compensazione” proprio perché tra coscienza e inconscio non vi è una complementarità perfetta. L’inconscio corregge e riequilibra la coscienza, ma introduce anche elementi nuovi e imprevedibili.
Una simmetria perfetta produrrebbe identità, immobilità e quindi morte. L’asimmetria mantiene invece uno squilibrio dinamico che rende possibili movimento, trasformazione ed evoluzione.
Per Jung, l’essere non è statico. È un equilibrio instabile che continua a svilupparsi proprio perché le sue parti non combaciano mai perfettamente.
Jung afferma che l’umanità è giovane soprattutto in senso psicologico. Gli esseri umani possiedono ancora la capacità di sviluppare forme di adattamento e di coscienza prima inesistenti.
Dal fatto che alcuni individui possano evolversi psicologicamente non deriva automaticamente che tutta l’umanità farà lo stesso. Jung presenta questa estensione come una possibilità, non come una certezza.
Le conquiste interiori degli adulti non vengono trasmesse biologicamente ai figli come caratteri acquisiti. Ogni individuo deve ricominciare il processo di sviluppo e di presa di coscienza.
Jung usa “umanità” anche nel senso di “pubblico”. Osservando i giornali e la politica, vede una collettività ancora profondamente infantile, impulsiva e poco consapevole.
L’infantilismo collettivo non esclude il cambiamento. Proprio perché l’umanità è ancora immatura, esiste un ampio margine per lo sviluppo di forme psicologiche e sociali migliori.
Jung non sa se il mondo si stia avvicinando alla fine o se stia attraversando una grande trasformazione. Molte cose stanno cambiando, ma non è possibile stabilire se il risultato sarà una conclusione o un nuovo inizio.
Il riferimento alla “fine dei tempi” viene collegato all’anno platonico e alla precessione degli equinozi. Le trasformazioni delle epoche astrologiche corrisponderebbero a grandi mutamenti simbolici e psicologici.
Jung rinvia alla storia religiosa egizia e alla psicologia del cristianesimo come esempi di trasformazioni collettive collegate al mutamento delle immagini dominanti.
L’idea che un’umanità psicologicamente matura debba necessariamente diventare pacifica rimane, per Jung, un ideale lontano e una speculazione troppo ambiziosa.
Una domanda centrale della pratica analitica è stabilire quando l’analista debba parlare, agire o intervenire nella vita del paziente e quando invece debba astenersi.
Jung afferma che in psicologia esistono regole e, nello stesso tempo, non esistono regole. Un’affermazione può essere vera in un caso e il suo contrario può esserlo in un altro.
La decisione dipende dalla situazione concreta, che può essere imprevedibile. Non è possibile affidarsi meccanicamente a una dottrina o a una tecnica.
Nei casi difficili, la decisione non proviene semplicemente dalla testa o dal cuore. Nasce da una zona intermedia e ineffabile della personalità, che Jung descrive come una “terra di nessuno” psicologica.
In generale può essere più prudente non intervenire, perché ogni intervento contiene supposizioni, proiezioni e pregiudizi di cui l’analista potrebbe non essere consapevole.
Anche la regola del non intervento può diventare un errore. Un paziente potrebbe successivamente domandare perché l’analista, pur vedendo il pericolo, non gli abbia detto nulla.
L’analista deve osservare la persona concreta e contemporaneamente interrogare la propria reazione. Applicare una legge generale senza considerare il caso significa sottrarsi alla responsabilità umana.
Per aiutare autenticamente il paziente, l’analista deve chiedersi come si sentirebbe e come agirebbe nella stessa situazione. Non si tratta di confondersi con il paziente, ma di coinvolgersi realmente nella sua esperienza.
Quando il paziente sente che l’analista prende seriamente la sua situazione, collabora più facilmente. La partecipazione autentica rende possibile anche un intervento più diretto.
Jung racconta il caso di una dottoressa che arrivò da lui in uno stato di grave confusione. Il precedente analista rimaneva seduto dietro il divano senza mostrare alcuna reazione.
La paziente cercava disperatamente di provocare una risposta, arrivando a dire cose sempre più estreme. L’assenza di reazione la conduceva verso una condizione di disorganizzazione psichica.
Jung reagisce in modo spontaneo e deciso, mostrando alla paziente che davanti a lei c’è una persona reale. Questa risposta umana produce in un’ora un effetto che un atteggiamento teoricamente neutrale non aveva ottenuto in anni.
Nell’immaginazione attiva si insegna al paziente a non restare spettatore, ma a partecipare alle immagini. Sarebbe quindi contraddittorio che l’analista restasse completamente passivo e non partecipasse alla relazione.
Per Jung, chi non riesce a essere naturale nella relazione analitica dovrebbe mettere in discussione la propria capacità di praticare l’analisi. La tecnica non può sostituire la presenza umana.
Quando Jung non comprende un sogno, afferma apertamente di non comprenderlo. Non assume un’espressione artificiosamente profonda e non inventa un’interpretazione.
In certe situazioni può essere necessario pronunciare una verità scomoda o tagliente. La decisione non deve però derivare da un presupposto teorico, bensì dalla realtà umana del momento.
Nei momenti decisivi non interviene soltanto la tecnica: agisce la totalità della personalità dell’analista. Questa totalità può orientarlo soltanto se egli non l’ha precedentemente tradita o deformata.
Jung affronta la domanda se sia possibile parlare di colpa quando non esiste ancora un io cosciente capace di riconoscere le proprie azioni.
Nel diritto penale e nella morale ecclesiastica, normalmente non si attribuisce colpa piena a chi non era consapevole di ciò che faceva. La colpa umana presuppone intenzione, conoscenza e responsabilità dell’io.
La natura, invece, non domanda se una persona fosse consapevole. Chi beve acqua contaminata senza conoscere i batteri subisce comunque il tifo.
Esiste quindi una “colpa naturale” che non coincide con il peccato morale. Consiste nell’essere sottoposti alle conseguenze della propria inconsapevolezza.
Una persona può essere completamente innocente dal punto di vista giuridico o morale, ma risultare ugualmente “colpevole” nei confronti della natura, perché ne subisce le leggi.
Jung collega il problema alla concezione indiana del karma. Il karma può essere personale, ma anche impersonale, familiare o proveniente da ciò che è stato assorbito dall’ambiente e dai genitori.
La persona può portare qualcosa che non ha scelto consapevolmente: disposizioni familiari, atmosfere psichiche e contenuti assorbiti fin dalla vita prenatale o dall’ambiente originario.
Il problema fondamentale è stabilire se il fardello sia cosciente oppure inconscio. Le forme inconsce sono le più pericolose, perché producono conseguenze senza che esista un io capace di comprenderle e assumerle.
La natura non giudica secondo intenzioni o attenuanti. Si limita a produrre conseguenze, mostrando la fragilità, l’ottusità e l’inconsapevolezza degli esseri umani.
Jung richiama una dottrina ermetico-gnostica secondo cui il Demiurgo avrebbe creato un mondo imperfetto e esseri umani limitati, incapaci inizialmente di una vera coscienza.
Nel mito citato, una potenza superiore avrebbe pietà degli uomini e offrirebbe loro un mezzo per accedere alla coscienza. I migliori sarebbero quelli capaci di accorgersi che qualcosa è accaduto e di trasformarsi.
Gli gnostici si confrontavano con il problema del male, dell’imperfezione della creazione e di una colpa precedente alla coscienza individuale. Per Jung, tali problemi sarebbero rimasti insufficientemente affrontati dalla Chiesa.
La Chiesa saprebbe parlare del peccato cosciente, ma avrebbe maggiori difficoltà nel riconoscere una colpa psichica inconscia, collettiva o naturale che grava sull’individuo senza essere stata scelta.
Chi conosce i retroscena psicologici vede aspetti che rimangono invisibili agli altri. La psicologia analitica produce quindi, almeno potenzialmente, un ampliamento della coscienza.
Quando una persona avrebbe la possibilità di conoscere e comprendere, ma non lo fa per pigrizia, ingenuità o rifiuto, la sua responsabilità aumenta.
L’ampliamento della coscienza non autorizza a sentirsi responsabili di tutto, del male universale o del “peccato del mondo”. Questa pretesa sarebbe una forma di inflazione e di identificazione divina.
L’essere umano rimane limitato e inconsapevole. La psicologia può allargare la coscienza, ma non rende onniscienti né attribuisce una responsabilità assoluta.
Jung si domanda provocatoriamente quali obblighi l’essere umano assuma semplicemente venendo al mondo. Non fornisce una risposta definitiva, ma suggerisce che la nostra responsabilità possa estendersi oltre ciò che riconosciamo coscientemente.
Jung critica l’interpretazione secondo cui il cristianesimo inviterebbe a restare infantili. L’essere umano deve abbandonare i modi infantili e diventare adulto.
La frase evangelica invita a “diventare come bambini”, non a rimanere psicologicamente immaturi. Prima è necessario sviluppare una personalità adulta; soltanto dopo si può recuperare una qualità infantile trasformata.
La fede infantile può essere conservata come apertura e fiducia, ma non deve coincidere con ingenuità, dipendenza o rifiuto della maturazione.
Jung racconta di essere stato accusato da un teologo di contraddire Cristo. Usa l’episodio per mostrare come anche persone molto istruite possano restare inconsapevoli delle implicazioni psicologiche delle dottrine che professano.
Jung ricorda la polemica con un dotto gesuita riguardo ad alcune affermazioni contenute nella sua opera su Giobbe.
Secondo la dottrina richiamata da Jung, l’umanità ordinaria porta la macchia del peccato originale, è corruttibile e quindi mortale.
Se Cristo e Maria sono privi della macchia originaria e possono essere assunti in cielo corporalmente, allora, secondo il ragionamento provocatorio di Jung, non sarebbero esseri umani ordinari, ma figure divine.
Jung usa questo ragionamento per mostrare che un sistema dottrinale può contenere conseguenze che i suoi stessi rappresentanti non hanno mai pensato fino in fondo.
Partendo da una domanda sul suo scritto relativo a Giobbe, Jung afferma che l’uomo possiede una luce infinitamente piccola, ma più concentrata rispetto a quella attribuita all’immagine del Dio creatore.
Una luce può essere piccola ma intensa. La coscienza dell’io è limitata e focalizzata, mentre il Sé è molto più vasto, ma diffuso e difficile da afferrare.
La maggiore concentrazione della coscienza non significa che l’io sia superiore o più grande del Sé. L’io è un punto limitato contenuto nell’estensione molto più ampia della totalità psichica.
Il Sé è difficile da realizzare perché non appare come un oggetto nitido. È paragonabile a una penombra o a una luce diffusa, anche se talvolta può manifestarsi in esperienze di illuminazione.
Il Sé corrisponde alla totalità della persona, comprendendo coscienza e inconscio. L’essere umano ordinario, però, non nasce completo né equilibrato.
Ogni individuo nasce con determinate funzioni più sviluppate: uno possiede una mente brillante, un altro un cuore generoso, un altro ancora una forte capacità percettiva. Ogni differenziazione comporta però anche limiti e mancanze.
La realizzazione completa del Sé appare teoricamente quasi impossibile. Può avvenire soltanto gradualmente e non possediamo un criterio sicuro per misurare quanto sia stata raggiunta.
Ciò che vuole realizzarsi nella persona tende ad andare oltre i confini dell’io. Per questo l’individuazione mette in crisi l’identità abituale e provoca resistenze.
L’irruzione del Sé può produrre sia una sopravvalutazione sia una sottovalutazione dell’io. La persona può sentirsi divina e onnipotente oppure insignificante e annientata.
Le persone hanno paura di conoscere se stesse perché temono che dall’inconscio emerga qualcosa di incontrollabile. L’individuazione pone compiti che l’io non può dominare con le sue sole categorie.
Il Sé non comprende soltanto ciò che è spirituale, luminoso ed elevato. Include anche ciò che è inferiore, oscuro, corporeo, aggressivo o moralmente inquietante.
Dalla totalità non proviene soltanto il bene. Il Sé porta con sé anche il male, o almeno immagini e possibilità che la coscienza morale considera malvagie.
Se il Sé fosse una persona, apparirebbe incoerente: ora elevato, ora inferiore, ora benevolo, ora terribile. Ma questa contraddittorietà appartiene alla sua natura totalizzante.
Jung osserva che anche la Bibbia presenta un Dio ambivalente, capace di benevolenza e distruzione. La coscienza occidentale, tuttavia, fatica ad accettare questa compresenza degli opposti.
Le culture orientali riescono più facilmente a concepire divinità che possiedono contemporaneamente un aspetto benevolo e uno terrificante. L’Occidente tende invece a separare rigidamente Dio e male.
Jung descrive un’immagine orientale di Kuan Yin che, per nutrire gli spiriti maligni nell’inferno senza spaventarli, assume essa stessa una forma demoniaca. La divinità compassionevole comprende quindi anche la forma del male.
La Kuan Yin infernale resta collegata mediante un filo sottile alla figura celeste che troneggia in alto. L’immagine rappresenta l’unità profonda tra le manifestazioni opposte della medesima totalità.
Jung richiama un indovinello indiano relativo a chi raggiunga prima Dio: chi lo ama o chi lo odia. L’esempio mostra una mentalità capace di pensare insieme opposizioni che l’Occidente considera inconciliabili.
La psicologia dell’inconscio mostra un Sé assolutamente contraddittorio. Non si tratta di una contraddizione eliminabile con la logica, ma di un’antinomia inerente alla totalità psichica.
Un sogno importante può esprimere una verità che appare contemporaneamente spirituale e diabolica, positiva e negativa. La coscienza non riesce a risolverla scegliendo semplicemente uno dei due poli.
L’immagine del Sé è “ascendente” o trascendente perché supera le categorie della coscienza. Non può essere completamente afferrata né trasformata in un concetto univoco.
Storicamente, la totalità interiore è stata rappresentata attraverso immagini divine. Per Jung, il simbolo di Dio è quindi anche un’immagine psicologica del Sé.
Le medesime figure possono indicare sia Dio sia l’anima. Il linguaggio simbolico non separa nettamente la totalità psichica dall’immagine religiosa della totalità cosmica.
L’anima e Dio vengono tradizionalmente rappresentati mediante il cerchio o la sfera. Queste forme esprimono totalità, centralità e assenza di una separazione definitiva tra centro e periferia.
Jung richiama la formula secondo cui Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo. La stessa immagine può essere applicata alla psiche e al Sé.
Le caratteristiche osservate empiricamente nel Sé diventano inevitabilmente anche affermazioni sull’Essere supremo o ultimo. Psicologia e teologia si toccano nel simbolo, pur senza che Jung pretenda di descrivere che cosa Dio sia in sé.
Jung distingue Dio dall’immagine di Dio. La psicologia può studiare l’immagine presente nella psiche, ma non può stabilire che cosa sia la realtà divina indipendentemente dall’esperienza umana.
Quando si tenta di parlare del Sé, di Dio o dell’Essere ultimo, si è costretti a utilizzare concetti contrari: luce e tenebra, bene e male, alto e basso, centro e circonferenza. Il paradosso non è un difetto della descrizione, ma il modo inevitabile con cui la coscienza cerca di rappresentare la totalità.
Riducendo l’intero intervento ai suoi assi principali, Jung parla soprattutto di:
L’ombra inevitabile di ogni teoria e istituzione.
La differenza tra apprendere concetti e vivere un’esperienza psicologica.
L’asimmetria come condizione della vita psichica e fisica.
La responsabilità clinica e umana dell’analista.
La colpa inconscia o naturale che precede la consapevolezza dell’io.
Il Sé e l’immagine di Dio come totalità ambivalenti e paradossali.
L’astrologia non è uno strumento scientificamente validato, e non sostituisce l’intervento psicologico o psicoterapeutico. Gli articoli presenti in questo sito intendono solo esplorare il valore simbolico, metaforico e narrativo che alcune persone attribuiscono a questa pratica e come possa essere di supporto così come altri strumenti che mettono al centro il paziente e la sua storia, senza nessun riferimento a modalità predittive.
Dott. Paolo Quagliarella | Iscrizione Albo Lombardia: 29991 | P . Iva: 02998210187 | Copyright © 2025 | Cookie Policy | Privacy Policy