Quando parliamo di fame, immaginiamo quasi sempre un bisogno corporeo: lo stomaco vuoto, l’energia che cala, il corpo che chiede nutrimento, eppure la fame, osservata più da vicino, si rivela qualcosa di molto più complesso. Le neuroscienze contemporanee mostrano che ciò che chiamiamo “fame” non è soltanto un segnale biologico, ma un processo motivazionale profondo, un dispositivo psichico che orienta il comportamento verso ciò che viene percepito come necessario alla sopravvivenza.
Già Carl Gustav Jung aveva intuito ne “La dinamica dell’inconscio” questa pluralità di significati quando scriveva che, per quanto lo stato fisico della fame possa essere univoco, le sue conseguenze psichiche sono molteplici. La fame può snaturarsi, diventare metaforica, assumere forme diverse: avidità, cupidigia, insaziabilità, desiderio di guadagno o bramosia di gloria. In altre parole, la fame non resta confinata al corpo: attraversa la psiche e si trasforma in immagini, aspirazioni e tensioni interiori.
Le neuroscienze oggi confermano, da un altro punto di vista, questa intuizione. Il cervello umano non possiede sistemi separati per la fame biologica e per le motivazioni simboliche. Esiste piuttosto un nucleo motivazionale comune, centrato sul sistema della ricompensa, che coinvolge l’area tegmentale ventrale, il nucleo accumbens e le vie dopaminergiche. Questi circuiti si attivano quando cerchiamo cibo, ma anche quando inseguiamo riconoscimento sociale, successo o prestigio. La dopamina, infatti, non segnala semplicemente il piacere, bensì l’attesa, la tensione verso qualcosa che manca e che promette di colmare quella mancanza.
In questo senso la gloria può essere letta come una forma di nutrimento simbolico, ovvero il cervello traduce esperienze molto diverse come mangiare, essere riconosciuti, vincere una competizione in un linguaggio comune: il valore. La corteccia orbitofrontale valuta ciò che desideriamo, attribuendo un peso motivazionale tanto a un pasto quanto a un successo sociale. La differenza fondamentale è che la fame fisica possiede un limite biologico: il corpo invia segnali di sazietà attraverso ormoni come leptina e insulina, la gloria, invece, non dispone di un equivalente fisiologico della sazietà, non esiste uno stomaco psichico che dica “basta”.
Quindi rileggendo Jung, se la fame rappresenta l’espressione primaria dell’istinto di conservazione, allora le sue trasformazioni simboliche indicano il modo in cui la psiche estende questo impulso oltre la sopravvivenza materiale, alla ricerca dell’immortalità attraverso la gloria. L’uomo non cerca soltanto di vivere: cerca di significare, di trovare un senso al proprio esistere, ciò che nasce come necessità biologica può trasformarsi in desiderio di affermazione, di visibilità, di immortalità simbolica.
Jung sottolineava come, nelle forme più primitive dell’esistenza, la fame rappresentasse l’alfa e l’omega della vita, una forza più determinante persino della sessualità. Le neuroscienze evolutive avvalorano questa centralità: il cervello è stato modellato per garantire la ricerca di risorse e sicurezza. Ma nella complessità della cultura umana, lo stesso impulso viene “riciclato”, potremmo dire sublimato, in obiettivi astratti. La fame diventa ambizione, l’istinto di conservazione si trasforma in desiderio di lasciare una traccia.
E’ qui che sorge anche l’ambivalenza: la stessa energia che può sostenere creatività, realizzazione e crescita personale può trasformarsi in bramosia insaziabile. Nel momento in cui il circuito dopaminergico rimane costantemente orientato alla ricerca, senza un’esperienza interna di sufficienza, la persona può inseguire la gloria come un affamato che non riesce mai a sentirsi sazio. Non è un caso che molte biografie segnate dal successo raccontino, dietro l’immagine pubblica, un senso persistente di mancanza.
La questione, allora, non riguarda tanto l’eliminazione della fame impossibile e forse persino indesiderabile quanto la sua trasformazione. La fame è energia vitale, movimento verso qualcosa, ma diventa distruttiva quando l’oggetto cercato non può realmente nutrire ciò che in profondità chiede alimento, la visibilità, la gloria.
Forse, in questo senso, neuroscienze e psicologia analitica convergono in una stessa intuizione: il cervello umano non smette mai di cercare nutrimento, ma la psiche deve imparare a distinguere tra ciò che riempie e ciò che soltanto stimola la ricerca.
La fame, nella sua radice più profonda, non è soltanto un bisogno del corpo è il movimento stesso della vita che cerca forma e che, talvolta, si illude di trovare nella gloria ciò che in realtà appartiene alla dimensione più intima del senso.
Fame e gloria possono essere considerate, sul piano simbolico, come differenti espressioni della relazione dell’individuo con il valore: valore inteso sia come nutrimento concreto sia come riconoscimento psichico. In prospettiva astrologico-simbolica, il tema del valore richiama tradizionalmente Venere e il Segno del Toro, associati al corpo, al cibo, alla sicurezza e alla capacità di percepire ciò che nutre e sostiene l’esistenza. Analogamente, la II Casa zodiacale può essere letta come uno spazio simbolico legato al senso di possesso, alla stabilità, alla costruzione di un valore personale incarnato, ai talenti, alle risorse personali.
La dimensione della gloria, del riconoscimento sociale e del bisogno di essere visti rimanda invece a un altro livello dell’esperienza psichica, simbolicamente rappresentabile attraverso la X Casa zodiacale. In una prospettiva analitica, essa può essere messa in relazione con l’archetipo della Persona, così come sottolineava Ernst Bernhard, cioè con quella funzione psichica che media tra l’individuo e lo sguardo collettivo, tra identità interna e ruolo sociale. La ricerca della gloria, la fame di gloria per sentirsi “ricompensati” e “visti”
In un contesto clinico, quando nella storia di un paziente emergono temi legati alla fame, al nutrimento, alla ricerca di riconoscimento o alla necessità di essere visti, tali corrispondenze simboliche non vengono utilizzate in senso causale o predittivo, ma come mappe immaginali. Esse possono offrire allo psicologo un orientamento simbolico da cui far emergere domande, risonanze e immagini utili al processo esplorativo, facilitando l’emergere di significati personali e di nuove prospettive narrative all’interno del dialogo analitico.
L’astrologia non è uno strumento scientificamente validato, e non sostituisce l’intervento psicologico o psicoterapeutico. Gli articoli presenti in questo sito intendono solo esplorare il valore simbolico, metaforico e narrativo che alcune persone attribuiscono a questa pratica e come possa essere di supporto così come altri strumenti che mettono al centro il paziente e la sua storia, senza nessun riferimento a modalità predittive.
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