Nel 1997, a San Francisco, James Hillman tiene una conferenza pubblica sull’astrologia insieme al figlio Laurance. Ciò che emerge non è una semplice riflessione sulla posizione di un pianeta nel tema natale, ma una delle rare occasioni in cui il fondatore della psicologia archetipica articola apertamente il proprio rapporto con il linguaggio astrologico come sistema simbolico a tutti gli effetti. Hillman, formatosi alla Scuola di Zurigo e analista junghiano di formazione, aveva da tempo distanziato il proprio pensiero da quello di Jung, pur rimanendogli profondamente debitore, per elaborare una psicologia radicalmente politeista e immaginale, in cui gli dèi non sono mere metafore ma forze psichiche autonome che strutturano l’esperienza dall’interno.
In questo senso, l’astrologia non è per Hillman uno strumento predittivo, bensì un vocabolario mitopoietico: un modo per dare nome a ciò che altrimenti rimarrebbe muto nell’anima. Come egli stesso aveva scritto in Re-Visioning Psychology: «Gli dèi sono necessari alla psiche non come oggetti di fede o di culto, ma come modi di essere, come strutture dell’esperienza psicologica» (Hillman, 1975, p. 169).
Venere in Pesci: immaginazione e presenza archetipica
Il punto di partenza della conversazione è autobiografico: sia Hillman che suo figlio Laurance hanno Venere in Pesci. Egli osserva che, pur operando in modo differente nel mondo, condividono qualcosa di essenziale, un medesimo tono immaginativo che riconosce come venusiano-pescino. La differenza tra la propria Venere in decima casa e quella del figlio in seconda casa non annulla questa qualità comune, anzi, come puntualizza, la rende «più concreta», la radica nel mondo delle forme percettibili.
Questa osservazione è tutt’altro che marginale. In chiave junghiana, la decima casa corrisponde alla persona e alla vita pubblica, alla vocazione e all’impronta visibile del Sé nel mondo; la seconda, al contrario, è legata ai valori incarnati, al corpo e alla possessione materiale nel senso più profondo del termine. Che Venere in Pesci possa esprimere la propria qualità immaginativa tanto in uno spazio pubblico quanto in uno privato e sensibile rivela qualcosa di essenziale sull’archetipo: esso precede le circostanze e le attraversa. Come Jung ricordava nel volume nono delle Opere Complete a proposito degli archetipi: L’archetipo è una tendenza a formare rappresentazioni di un motivo, rappresentazioni che possono variare considerevolmente nei dettagli senza perdere il loro schema di base.
Venere in Pesci porta con sé la qualità dell’immaginazione diffusa, della percezione per risonanza emotiva piuttosto che per analisi razionale. Nell’ermeneutica di Hillman, Pesci è il segno della dissoluzione dei confini dell’Io, del cedimento al flusso dell’anima mundi, una prospettiva che rimanda al neoplatonismo di Plotino e all’idea che la bellezza sia il modo in cui l’anima del mondo si rende visibile. Ficino, che Hillman studia profondamente, scrive nel De Amore: «La Bellezza è lo splendore del viso divino» (Ficino, De Amore, II, 5), e per Hillman Venere è proprio questa facoltà di vedere il divino nelle forme del mondo, non come astrazione teologica, ma come percezione estetica immediata.
Hillman afferma con convinzione che Venere è ovunque, e questa non è un’iperbole poetica, ma un’affermazione tecnica nella sua psicologia politeista. Ogni evento psichico può essere vissuto attraverso la lente di più archetipi simultaneamente: «Lo stesso evento può essere vissuto attraverso diversi poteri archetipici», dice a San Francisco. Si tratta di una delle idee cardine di Re-Visioning Psychology: la psiche non è monoteista, non è governata da un unico principio ordinatore (l’Io, il Sé, la volontà), ma abita un politeismo interiore in cui molte divinità rivendicano la propria parte dell’esperienza.
Questo aspetto è cruciale per comprendere come Hillman legga l’astrologia: un pianeta non rappresenta un tipo di persona o un comportamento fisso, ma un modo di vedere. Avere Venere in Pesci non significa essere inevitabilmente artisti romantici; significa che quella qualità percettiva, quella capacità di cogliere la bellezza come velo sottilissimo tra il visibile e l’invisibile, è attiva nella psiche come struttura costante, disponibile come lens archetipica. Hillman aveva sviluppato questo concetto in Loose Ends (1975), dove distingue tra l’archetipo come contenuto e l’archetipo come prospettiva, come occhio attraverso cui il mondo appare.
L’aneddoto che Hillman racconta durante la conferenza è particolarmente interessante: un suo amico drag queen a San Francisco ha Venere in Pesci in prima casa, ed è «una donna molto convincente» nella sua performance. Hillman non usa questo esempio per catalogare il comportamento, ma per illustrare come Venere-in-Pesci stia operando: la capacità di abitare un’identità fluida, di fare della trasformazione estetica di sé un’opera d’arte, di dissolversi in un personaggio femminile con tale completezza da renderlo reale. È Afrodite all’opera, non come ruolo sociale, ma come forza psichica che plasma il corpo e la presenza.
Una persona del pubblico chiede a Hillman dei «lati folli, confusi e oscuri» di avere sia il Sole che Venere in Pesci. La domanda tocca il tema dell’ombra venusiana, un tema che la psicologia archetipica affronta con sottigliezza, rifiutando sia l’idealizzazione sentimentale di Venere sia la sua demonizzazione.
La risposta di Hillman è categorica: «Venere non è tutto sorrisi, calore e luce dorata. Ogni simbolo è come una moneta e ha due facce». Questa affermazione rimanda direttamente al concetto junghiano di enantiodromia, il principio, mutuato da Eraclito, secondo cui ogni forza psichica porta in sé la propria opposta. Jung scriveva: «Quando una cosa raggiunge il suo estremo, essa si capovolge nel suo opposto» (Jung, OC 6, § 709). L’enantiodromia è particolarmente visibile nelle figure archetipiche: la Grande Madre è insieme nutriente e divoratrice, Eros è insieme creatore e dissolutore, Afrodite è insieme bellezza e inganno.
Hillman elenca concretamente questa ombra venusiana: «C’è l’intrigo. C’è la pugnalata alle spalle. C’è il flirt a volte dannoso. C’è il pettegolezzo. Il sorriso è di per sé un’arma». Questo catalogo non è moralista, Hillman non sta condannando queste qualità, ma sta svolgendo un’operazione psicologica precisa: rendere consapevole la dimensione oscura di ciò che culturalmente proiettiamo come pura grazia. Nella tradizione mitologica greca, Afrodite è anche la dea che spinge Fedra all’amore incestuoso, che punisce Psiche con prove durissime, che semina discordia scagliando il pomo d’oro tra le dee. Come scrive Kerenyi nel suo studio sugli dèi greci: «Afrodite porta in sé sia la gioia che il dolore dell’amore, e il suo regno si estende fino alle lacrime» (Kerenyi, Gli dèi dei Greci, 1951, p. 74).
In termini junghiani, questa lettura si allinea con la nozione di Ombra dell’archetipo: ogni figura del pantheon psichico ha una sua zona d’ombra che, se non riconosciuta, opera in modo compulsivo e distruttivo. Chi vive Venere senza consapevolezza della sua faccia oscura può trovarsela agire nella seduzione manipolatoria, nell’evasione del confronto reale attraverso il fascino esteriore, nella dipendenza estetica come fuga dalla profondità. «La faccia del dolce può essere l’arma più affilata», e questa è un’osservazione clinicamente pertinente prima ancora che poetica.
Il riferimento al simbolo yin-yang che Hillman introduce, «Non puoi avere l’uno senza l’altro. Sono sempre lì nello stesso momento», ha un preciso pendant nella psicologia analitica. Jung utilizzò spesso questa immagine per descrivere la natura della coniunctio oppositorum, il matrimonio degli opposti che è al centro del processo di individuazione. Nel Mysterium Coniunctionis, egli scriveva che la psiche umana è essenzialmente paradossale, e che la maturità psicologica consiste non nell’eliminare l’ombra ma nell’integrare la tensione tra luce e buio come forza creativa (Jung, OC 14, § 206).
Il passaggio più profondo e più propriamente hillmaniano dell’intera conferenza riguarda il rapporto tra desiderio e oggetto del desiderio. Hillman dice: «Se ti unisci al desiderio, a Venere, piuttosto che all’oggetto del desiderio, allora vedrai dove quel desiderio vuole veramente andare e sei pieno. Quando sei sull’oggetto, sei vuoto: cerchi di far sì che l’oggetto riempia il desiderio. Nel momento in cui sei unito al desiderio, sei pieno di desiderio. E questa è una condizione in cui i romantici amano essere, pieni di desiderio».
Questa distinzione è fondamentale e attraversa tutto il pensiero di Hillman. In The Myth of Analysis (1972), egli aveva già esplorato come Eros, il desiderio, sia una potenza psichica autonoma che non si esaurisce in nessun oggetto, perché il suo movimento essenziale è l’anelito, non il possesso. Ritroviamo qui l’eco di Platone: nel Simposio, Diotima insegna a Socrate che Eros è per natura «povero», che il suo essere è il mancamento, non la pienezza, e che proprio per questo è indistinguibile dalla filosofia, dall’amore del sapere (Platone, Simposio, 203b-204a). Hillman recupera questa tradizione platonica attraverso la lente della psicologia del profondo, e la usa per articolare una critica radicale alla cultura del consumo: proiettare il desiderio sull’oggetto, qualunque esso sia, una persona, un bene, un’esperienza, è la struttura fondamentale del vuoto psichico.
Il movimento che Hillman propone è inverso: invece di inseguire l’oggetto, abitare il desiderio stesso. Questo non è un invito all’astinenza ascetica, bensì a una forma di consapevolezza erotica: riconoscere Venere come soggetto autonomo dell’esperienza, non come semplice proiezione. In termini clinici, questo corrisponde al processo di ritiro della proiezione descritto da Jung: riconoscere che ciò che si ama nell’altro è anzitutto una qualità archetipica che vive nella propria psiche, e che solo riconoscendo questa radice interna si può amare l’altro nella sua alterità reale.
Hillman aveva esplorato questo tema anche in A Blue Fire (a cura di T. Moore, 1989), dove raccoglie alcuni dei passaggi più densi del suo pensiero sull’eros e sull’anima: «L’anima cresce non attraverso il soddisfacimento del desiderio, ma attraverso la sua elaborazione immaginativa, attraverso il pathos, non il possesso». La posizione di Venere nel tema natale indica, in questa prospettiva, non tanto cosa desideriamo quanto come viviamo il desiderio: quale qualità immaginativa, quale stile erotico, quale forma di bellezza attiva nella psiche quel processo di soul-making che è per Hillman la finalità profonda dell’esistenza.
Analizzare la posizione di Venere in un oroscopo, parafrasando la conclusione di Hillman, significa guardare al tema natale con gli occhi di un poeta romantico che cerca il desiderio per se stesso, la forma, e non l’oggetto. Non si tratta di previsione né di determinismo caratteriale, ma di ermeneutica dell’anima: individuare in quale direzione tende il principio erotico della psiche, come esso si colora attraverso il segno e si manifesta nello spazio delle case, come dialoga e si confronta con gli altri pianeti, ovvero con gli altri dei che abitano interiormente la psiche.
In questo senso, la psicologia archetipica e l’astrologia simbolica condividono la medesima epistemologia di fondo: entrambe rifiutano una lettura riduttiva e causale della psiche umana, entrambe propongono il linguaggio mitopoietico come strumento più adatto a rendere conto della complessità dell’esperienza interiore, entrambe invitano l’individuo a riconoscere negli eventi della propria vita la traccia di forze che lo precede e lo eccede, e a cui può rispondere non con la volontà di controllo, ma con la disponibilità all’ascolto.
Riferimenti bibliografici
L’astrologia non è uno strumento scientificamente validato, e non sostituisce l’intervento psicologico o psicoterapeutico. Gli articoli presenti in questo sito intendono solo esplorare il valore simbolico, metaforico e narrativo che alcune persone attribuiscono a questa pratica e come possa essere di supporto così come altri strumenti che mettono al centro il paziente e la sua storia, senza nessun riferimento a modalità predittive.
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