CARL GUSTAV JUNG - INTERVISTA IMMAGINARIA

CARL GUSTAV JUNG – INTERVISTA IMMAGINARIA

Uno scettico interroga, oggi, Jung sull’astrologia. Cosa potrebbe rispondere?

1. Professor Jung, partiamo senza giri di parole: lei crede nell’astrologia?

GIORNALISTA:
Lei è uno psichiatra, un medico, uno studioso della psiche. Eppure per decenni si è interessato all’astrologia. Vorrei evitare risposte evasive: lei crede oppure no che l’oroscopo descriva realmente una persona?

JUNG:
La parola “credere” introduce già un equivoco. Io non partirei dalla domanda: “L’astrologia è vera?”. Partirei da un fatto storico e psicologico: per millenni gli uomini hanno organizzato una parte della loro esperienza attraverso immagini astrologiche. Questo fenomeno esiste, indipendentemente dal giudizio che se ne dà.

Personalmente me ne sono occupato molto a lungo. Nel 1947 scrissi a B. V. Raman che studiavo l’astrologia da oltre trent’anni e che, nei casi psicologicamente difficili, talvolta facevo preparare un oroscopo per ottenere un ulteriore punto di vista. Nella stessa lettera, però, osservavo che ciò che mancava all’astrologia era precisamente una seria fondazione statistica.

Quindi non le risponderei: “Credo che gli astri governino l’uomo”.

Direi piuttosto: considero l’astrologia un fenomeno psicologico, simbolico ed empirico abbastanza curioso da meritare un’indagine seria.


2. Ma Marte e Saturno esercitano oppure no un’influenza sulla nostra personalità?

GIORNALISTA:
Perché altrimenti tutto diventa molto semplice. L’astrologo dice che Marte rappresenta l’aggressività. Io gli chiedo attraverso quale forza fisica Marte provochi l’aggressività. Se non sa rispondere, il discorso finisce lì.

JUNG:
Finirebbe lì soltanto se l’astrologia affermasse necessariamente una causalità fisica.

Io stesso ho considerato, in alcune fasi della mia ricerca, l’eventualità che fenomeni fisici — per esempio legati alla radiazione solare — potessero avere qualche ruolo. Non mi ritenevo però competente a stabilirlo e non ne feci mai una spiegazione definitiva. Nel 1954 dissi chiaramente a Barbault che l’astrologia occupava una posizione particolare e che vi erano ragioni per dubitare tanto di una spiegazione esclusivamente causale quanto di una spiegazione esclusivamente sincronistica.

Il punto essenziale è questo: una corrispondenza non implica necessariamente che uno dei due termini produca l’altro.

Se Marte e una determinata condizione psichica coincidono, restano logicamente differenti almeno tre possibilità: causalità, casualità, oppure una relazione non causale.

È quest’ultima possibilità che ho cercato di pensare attraverso il concetto di sincronicità.


3. “Sincronicità” non è semplicemente una parola elegante per dire: “Non sappiamo come funziona”?

GIORNALISTA:
Mi sembra un espediente. Quando non sa spiegare causalmente una coincidenza, la chiama “sincronistica”. Ma aver dato un nome al problema non significa averlo spiegato.

JUNG:
Su questo sarei molto meno in disaccordo con lei di quanto pensa.

La sincronicità non dovrebbe essere concepita come una forza invisibile che sostituisce la causalità. Non è una specie di etere magico attraverso cui i pianeti trasmetterebbero informazioni alla psiche.

Con quel termine cerco di descrivere una classe di fenomeni: eventi tra i quali non riusciamo a stabilire una relazione causale, ma che risultano collegati da una corrispondenza di significato.

Nel mio saggio sulla sincronicità distinguevo proprio la connessione causale dalla coincidenza nella quale due eventi condividono un significato pur non essendo dimostrabile un rapporto di causa-effetto.

Dunque la sua obiezione è legittima se qualcuno usa la sincronicità come spiegazione universale.

Dire “è sincronicità” non dovrebbe voler dire: “Adesso sappiamo perché è successo”.

Vuol dire: “Ci troviamo davanti a un tipo di relazione che la categoria causale non sembra descrivere adeguatamente.”

È una formulazione del problema, non la sua soluzione definitiva.


4. Allora perché non dire semplicemente che si tratta di coincidenze casuali?

GIORNALISTA:
Ogni giorno accadono miliardi di eventi. Statisticamente alcuni finiranno inevitabilmente per apparirci sorprendentemente collegati. Perché introdurre un altro principio?

JUNG:
È precisamente questa la difficoltà.

La maggior parte delle coincidenze è certamente irrilevante. Se incontro un uomo con una cravatta rossa e contemporaneamente passa un’automobile rossa, non vi è alcun motivo per costruirvi sopra una teoria.

La questione nasce quando l’evento esterno coincide in modo impressionante con una situazione psichica interna e acquista per il soggetto un significato particolare.

Ma proprio qui è necessario essere prudenti: il significato introduce inevitabilmente il soggetto nell’osservazione.

Perciò la sincronicità non può essere trasformata ingenuamente in una legge statistica del tipo: “Ogni volta che accade A accadrà B”.

Nel mio stesso lavoro sottolineavo quanto fosse difficile dimostrare una regolarità della sincronicità.


5. Parliamo della precessione degli equinozi. Il suo Ariete astrologico non coincide più con la costellazione astronomica dell’Ariete. Non basta questo a demolire l’astrologia?

GIORNALISTA:
L’astronomia ci dice che le costellazioni si sono spostate rispetto allo zodiaco utilizzato dall’astrologia occidentale. Quindi quando un astrologo dice “Sole in Ariete”, il Sole può trovarsi astronomicamente altrove. Non è una contraddizione fatale?

JUNG:
Conoscevo perfettamente questo problema.

Nel mio scritto in memoria di Richard Wilhelm osservai esplicitamente che, a causa della precessione degli equinozi, il punto vernale si era spostato dall’Ariete verso i Pesci e che lo zodiaco astrologico non coincideva più semplicemente con quello delle costellazioni astronomiche.

Per me, però, questo costituiva soprattutto una difficoltà per la spiegazione causale e stellare dell’astrologia.

Se l’astrologia funziona soltanto perché una particolare costellazione fisica irradia una particolare qualità, la precessione costituisce un grave problema.

Se invece lo zodiaco opera anche come sistema simbolico attraverso il quale vengono rappresentate determinate strutture psichiche, la questione cambia completamente.

Non dico con questo che la precessione dimostri l’astrologia. Dico precisamente il contrario: impedisce una lettura ingenuamente naturalistica dell’astrologia.


6. Ma perché proprio il momento della nascita? Che cosa avrebbe di speciale?

GIORNALISTA:
Questa mi sembra un’assunzione arbitraria. Perché l’istante in cui esco dal corpo di mia madre dovrebbe descrivere la mia psiche più del concepimento, della formazione del cervello o di qualsiasi altro momento?

JUNG:
È una delle domande più difficili.

In una fase precedente del mio pensiero avevo parlato della “qualità del tempo”: l’idea che ciò che nasce in un determinato momento partecipi in qualche modo della qualità di quel momento.

Successivamente abbandonai questa formula come spiegazione. Nel 1954 dissi a Barbault che parlare di “tempo qualitativo” finiva per essere tautologico: non spiegava realmente la corrispondenza. Preferii allora parlare di sincronicità.

Quindi non possiedo una dimostrazione fisica per cui il primo respiro imprima causalmente un carattere.

L’oroscopo di nascita deve essere considerato, nel mio quadro teorico, piuttosto come la configurazione simbolica associata a un momento di ingresso dell’individuo nell’esistenza autonoma.

Se mi domanda perché quel momento debba essere privilegiato dalla natura, non posso offrirle una legge fisica dimostrata.


7. E i gemelli? Hanno praticamente lo stesso cielo ma possono diventare persone molto diverse.

GIORNALISTA:
Se due gemelli nascono a pochi minuti di distanza, gli oroscopi sono quasi identici. Eppure possono avere personalità, matrimoni, professioni e destini molto diversi. Come risponde?

JUNG:
Risponderei che questa obiezione sarebbe decisiva contro un’astrologia rigidamente deterministica.

Se l’oroscopo fosse una macchina capace di produrre necessariamente gli eventi della vita, due oroscopi identici dovrebbero produrre due vite identiche.

Ma io non concepisco il simbolo in questo modo.

Già rispondendo a Barbault distinguevo la predisposizione psichica dalle influenze ambientali. Una situazione umana concreta deriva dall’incontro fra molte condizioni, non dall’oroscopo isolato.

Due individui possono costellare la medesima struttura archetipica in modi differenti.

Il medesimo problema simbolico può essere vissuto come professione, relazione, conflitto interiore, sintomo, creazione artistica.

Perciò un tema natale, ammesso che possieda valore psicologico, non può essere concepito come un copione contenente anticipatamente la biografia.

Nota critica: Jung non elaborò, nelle fonti qui utilizzate, una teoria sistematica dei “gemelli astrologici”. Questa risposta è una ricostruzione coerente con la sua distinzione tra predisposizione, ambiente e manifestazione simbolica.


8. Non siamo semplicemente davanti all’effetto per cui una descrizione vaga sembra adattarsi a tutti?

GIORNALISTA:
“Lei è sensibile ma a volte determinato.” “Ha bisogno degli altri ma anche di indipendenza.” Naturalmente mi riconosco: sono affermazioni elastiche. Come sappiamo che l’astrologia non funziona semplicemente così?

JUNG:
Non lo sappiamo sulla base del riconoscimento soggettivo.

Ed è un punto essenziale.

Nel progettare il mio esperimento astrologico mi resi conto precisamente che il giudizio sul carattere era troppo soggettivo. Scrissi che non disponiamo di segni caratterologici infallibili o facilmente misurabili e che questo rende problematica una verifica fondata sul semplice confronto tra oroscopo e personalità.

Per questa ragione decisi di utilizzare un fatto molto più semplice e verificabile: il matrimonio.

Un individuo può discutere infinitamente se sia “saturnino” oppure “venusiano”. È molto più difficile discutere sul fatto che due persone siano oppure non siano sposate.

Quindi concorderei con lei: “Mi riconosco nella descrizione” non costituisce una prova scientifica.


9. Eppure lei utilizzava gli oroscopi con i pazienti. Non rischiava di vedere nel tema quello che già sapeva?

GIORNALISTA:
Se conosco il paziente e poi guardo il suo oroscopo, posso reinterpretare ogni simbolo per farlo coincidere con ciò che conosco già. Non è un enorme bias di conferma?

JUNG:
Certamente il rischio esiste.

Nella lettera a Raman spiegai che nei casi psicologicamente difficili talvolta ricorrevo all’oroscopo per ottenere un punto di vista differente e che in alcuni casi mi sembrava illuminasse elementi che non avevo compreso. Ma nella stessa lettera chiedevo precisamente un metodo statistico che permettesse di stabilire più solidamente i fatti fondamentali dell’astrologia.

L’esperienza clinica produce osservazioni e ipotesi.

Non costituisce automaticamente una dimostrazione.

Se un medico dice: “Ho avuto spesso questa impressione”, ciò merita attenzione; ma la scienza deve poi chiedere se l’impressione resiste a procedure indipendenti dall’osservatore.


10. Veniamo allora al suo esperimento più famoso. Che cosa fece davvero con gli oroscopi delle coppie sposate?

GIORNALISTA:
Molti astrologi raccontano che Jung effettuò un esperimento statistico e dimostrò la compatibilità astrologica nel matrimonio. È quello che accadde?

JUNG:
No.

L’indagine arrivò complessivamente a 483 coppie sposate. Furono analizzati gruppi successivi e comparvero alcune configurazioni tradizionalmente associate dall’astrologia al matrimonio.

Ma quando i dati furono considerati complessivamente, l’effetto tendeva ad appiattirsi.

Chiesi inoltre a Markus Fierz di controllare matematicamente i risultati. Dopo una correzione dei calcoli, le probabilità apparvero assai meno eccezionali di quanto inizialmente sembrasse. Nel testo riconobbi che, dal punto di vista scientifico, vi era poca giustificazione per considerare i risultati immediati qualcosa di diverso dal caso.

Quindi chi afferma che “Jung dimostrò statisticamente l’astrologia” non sta riportando correttamente il mio esperimento.


11. Quindi il suo esperimento fallì.

GIORNALISTA:
Diciamolo chiaramente: lei cercò una regolarità astrologica e non la trovò.

JUNG:
Se l’obiettivo era dimostrare una legge statistica astrologica generalizzabile, il risultato non fornì ciò che sarebbe stato necessario.

Nel testo scrissi infatti che, aumentando il numero dei casi, le differenze fra le frequenze nei matrimoni reali e nelle combinazioni casuali tendevano a scomparire. Arrivai a dire che, dal punto di vista scientifico, il risultato non era incoraggiante per l’astrologia.

Questo punto non dovrebbe essere nascosto.

Ma accadde qualcosa che trovai psicologicamente curioso: nei diversi campioni emersero successivamente come massimi proprio alcune configurazioni lunari tradizionalmente considerate pertinenti al matrimonio. Non costituivano una legge statistica riproducibile, e proprio per questo interpretai la sequenza non come prova astrologica, bensì come possibile fenomeno sincronistico.


12. Questa sembra esattamente una ritirata strategica. Quando la statistica non conferma l’astrologia, lei dice che il fallimento stesso è una sincronicità.

GIORNALISTA:
È il problema fondamentale: testa l’astrologia, non funziona come legge, ma invece di abbandonarla sposta la questione sul significato dell’esperimento. Non sta semplicemente spostando i pali della porta?

JUNG:
L’obiezione è seria.

Sarebbe certamente illegittimo dire: “Se il risultato è significativo, l’astrologia è vera; se non lo è, è vera per sincronicità”.

Una teoria costruita così non potrebbe mai perdere.

Ma nel mio testo non dissi che la mancata significatività provasse l’astrologia. Al contrario riconobbi esplicitamente la precarietà statistica delle affermazioni astrologiche. Arrivai persino a osservare che astrologi maggiormente interessati alla statistica avrebbero scoperto prima quanto fossero fragili certe loro affermazioni.

Quello che interpretai come sincronistico fu qualcosa di diverso: la coincidenza, all’interno dell’esperimento, tra determinate configurazioni simboliche emerse casualmente e le aspettative archetipiche dell’osservatore.

Può contestare questa interpretazione.

Ma non dovrebbe trasformarla nell’affermazione che avrei ottenuto una conferma statistica dell’astrologia.

Non la ottenni.


13. Ma allora la sincronicità è falsificabile?

GIORNALISTA:
Se una relazione sincronistica può comparire una volta e scomparire la volta successiva, come possiamo sottoporla a controllo? Una proposizione che non può essere smentita appartiene alla scienza?

JUNG:
Qui tocchiamo il limite epistemologico più serio della questione.

La sincronicità, per come l’ho formulata, riguarda proprio eventi che non presentano la ripetitività tipica della causalità statistica. Nel saggio sottolineavo che non era semplice dimostrarne una regolarità.

Per questo non proporrei la sincronicità come sostituto universale delle leggi scientifiche.

Essa descrive piuttosto un problema di frontiera: l’esistenza possibile di corrispondenze significative individuali che non si lasciano ridurre facilmente al modello della ripetizione.

Se lei mi domanda: “Questo soddisfa i criteri della scienza sperimentale ordinaria?”, devo riconoscere che la risposta è problematica.

La psicologia del profondo si muove spesso fra due piani: quello della spiegazione causale e quello della comprensione del significato.

Il pericolo nasce quando confondiamo i due.


14. L’astrologia possiede così tanti simboli che può spiegare qualunque cosa dopo che è successa. Non è infalsificabile per costruzione?

GIORNALISTA:
Segni, case, pianeti, aspetti, dignità, transiti, progressioni. Se un’indicazione non funziona, se ne trova sempre un’altra. Non è un sistema capace di spiegare retroattivamente qualsiasi evento?

JUNG:
Questo pericolo esiste realmente.

Nel mio saggio sulla sincronicità osservavo che l’astrologia dispone di una tale profusione di commentari da rendere evidente quanto l’interpretazione sia tutt’altro che semplice o certa.

Ed è una delle ragioni per cui fui critico nei confronti degli astrologi.

A Barbault dissi che l’astrologo tende talvolta a dimenticare che le proprie affermazioni sono possibilità, interpretandole in maniera troppo letterale e troppo personale. Aggiunsi che nell’interpretazione delle case occorre considerare differenti livelli di significato.

La pluralità simbolica è una ricchezza ermeneutica.

Ma può diventare anche una scappatoia epistemologica.

Se ogni risultato possibile conferma il simbolo, allora il simbolo non sta più prevedendo nulla: viene adattato retrospettivamente al risultato.

Un’astrologia psicologicamente seria dovrebbe essere consapevole di questo rischio.


15. Eppure lei parlò della possibilità di prevedere gli effetti psicologici dei transiti. Non è previsione astrologica?

GIORNALISTA:
In una lettera a Barbault lei sembra concedere che alcuni transiti possano accompagnarsi a determinate fasi psicologiche. Quindi alla fine ammette la previsione.

JUNG:
Con estrema prudenza.

Scrissi a Barbault che avevo osservato casi nei quali determinate fasi psicologiche erano accompagnate da transiti e che si poteva talvolta formulare una probabilità circa un corrispondente effetto psichico.

Ma questo non equivale a dire:

“Saturno entra qui, dunque perderà il lavoro il 17 ottobre.”

La distinzione è fondamentale.

Una configurazione simbolica può essere associata a una certa qualità psicologica senza predeterminare l’evento concreto attraverso il quale quella qualità si manifesterà.

Nella stessa lettera feci un esempio volutamente provocatorio: una configurazione analoga potrebbe accompagnarsi una volta a un evento grave e un’altra a qualcosa di molto più modesto. L’analogia simbolica non stabilisce automaticamente la catena causale degli eventi.


16. Quindi un astrologo che predice morte, divorzio, incidenti o ricchezza non potrebbe richiamarsi legittimamente a Jung?

GIORNALISTA:
Questo è importante, perché molti utilizzano il suo nome proprio per legittimare la previsione astrologica.

JUNG:
In tal caso utilizzerebbero la mia autorità contro una mia affermazione esplicita.

Nel 1958, rispondendo al giornalista Robert L. Kroon, fui molto chiaro. Distinsi l’uso psicologico e intuitivo dell’astrologia dal suo uso superstizioso. Definii falsi la predizione del futuro e l’affermazione di fatti che oltrepassano le possibilità psicologiche.

Quindi:

un simbolo di morte non significa necessariamente morte fisica;

un simbolo di separazione non dimostra che avverrà un divorzio;

un simbolo saturnino non autorizza a predire una disgrazia;

un simbolo plutonico — utilizzando il linguaggio astrologico successivo — non autorizzerebbe a pronosticare una catastrofe concreta.

Trasformare un simbolo in un verdetto significa confondere livelli differenti della realtà.


17. Ma allora è l’astrologo a produrre gran parte del significato.

GIORNALISTA:
Più la sua spiegazione procede, più sembra che il pianeta diventi secondario e che tutto dipenda dalla mente dell’interprete. A quel punto perché dovrei fidarmi dell’astrologo?

JUNG:
Non dovrebbe fidarsi automaticamente.

Ho scritto cose piuttosto dure proprio su questo.

Nella lettera a Kroon del 1958 osservai che questi metodi intuitivi possono dare risultati suggestivi quando sono utilizzati intelligentemente, ma diventano inaffidabili o persino pericolosi nelle mani di chi interpreta letteralmente o superstiziosamente.

Questo significa che l’interprete fa parte dello strumento interpretativo.

È esattamente ciò che avviene anche nell’interpretazione dei sogni.

Due persone possono ascoltare lo stesso sogno e una cogliere qualcosa di essenziale mentre l’altra vi proietta le proprie teorie.

L’esistenza dell’interpretazione non rende automaticamente falso il simbolo; rende indispensabile una disciplina dell’interprete.

Per questo ritenevo che l’astrologia avesse molto da apprendere dalla psicologia della personalità e dalla psicologia dell’inconscio.


18. Lei dice che i pianeti sono dèi e archetipi. Ma un pianeta è una massa di materia. Saturno non è Crono.

GIORNALISTA:
Qui mi sembra che confondiate astronomia e mitologia. Saturno è un pianeta. Crono è una figura mitologica. Perché identificarli?

JUNG:
Astronomicamente non li identifico affatto.

Il Saturno dell’astronomo e il Saturno dell’immaginazione astrologica appartengono a differenti livelli di discorso.

Quando nel 1958 definii l’astrologia una “psicologia ingenuamente proiettata”, intendevo precisamente questo: gli uomini hanno rappresentato atteggiamenti e temperamenti attraverso dèi, pianeti e costellazioni.

A Barbault dissi analogamente che, dal punto di vista psicologico, i pianeti astrologici sono dèi, cioè simboli delle potenze dell’inconscio.

Saturno astronomico non è l’archetipo.

Il pianeta è diventato, nella storia dell’immaginazione occidentale, il supporto simbolico sul quale sono state proiettate determinate immagini: limite, vecchiaia, tempo, necessità, privazione, struttura e così via.

Lo psicologo studia questa stratificazione simbolica.

La domanda diventa quindi non soltanto:

“Saturno causa qualcosa?”

ma anche:

“Perché l’immaginazione umana ha riconosciuto in Saturno questa determinata figura?”

Questa seconda domanda appartiene pienamente alla psicologia.


19. Se è così, perché usare l’astrologia? Perché non utilizzare semplicemente miti, sogni, tarocchi o I Ching?

GIORNALISTA:
Se ciò che conta è l’emergere di configurazioni archetipiche, possiamo aprire un libro di miti, tirare una carta o interpretare un sogno. Che cosa avrebbe di privilegiato l’oroscopo?

JUNG:
Non sostengo necessariamente che possieda un privilegio assoluto.

Nel 1958 collocai l’astrologia fra i metodi intuitivi insieme all’I Ching e alla geomanzia.

Essa possiede però una peculiarità: prende come punto di partenza una configurazione astronomicamente calcolabile e la collega a un complesso sistema simbolico elaborato storicamente.

L’I Ching utilizza un’altra struttura.

Il sogno nasce direttamente dalla psiche individuale.

Il mito appartiene al patrimonio collettivo.

L’astrologia combina un dato temporale esterno con un linguaggio simbolico tradizionale.

Non ne deriva che sia scientificamente più vera.

Deriva soltanto che costituisce un particolare dispositivo simbolico.

Quanto all’alchimia, la consideravo molto più ricca filosoficamente. Nella lettera a Kroon osservai che la letteratura astrologica consiste soprattutto di metodi di calcolo e interpretazione, mentre l’alchimia possiede un corpo filosofico e simbolico assai più sviluppato.


20. Arriviamo alla domanda definitiva: l’astrologia è una scienza?

GIORNALISTA:
Dopo tutto questo, vorrei una risposta senza ambiguità. Possiamo chiamare l’astrologia una scienza?

JUNG:
Non sulla base delle prove che possedevo.

Nel 1958 scrissi che le cosiddette verità astrologiche considerate come risultati statistici erano “questionable or even unlikely”. Nella stessa lettera riconobbi che il fondamento empirico necessario per una psicologia scientifica dell’astrologia non era ancora stato posto.

Il mio esperimento matrimoniale non produsse una legge statistica stabile; con l’aumento dei casi, le differenze tendevano invece ad attenuarsi.

Perciò non utilizzerei la parola “scienza” come se l’astrologia possedesse lo stesso statuto di una disciplina sperimentale capace di produrre effetti ripetibili e predizioni controllate.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico concludere:

“Poiché non è dimostrata come scienza naturale, non contiene nulla di psicologicamente interessante.”

Il mito non è astronomia.

Il sogno non è neurologia.

Un’opera d’arte non è un esperimento di laboratorio.

E tuttavia mito, sogno e arte possono rivelare qualcosa sulla psiche.

Il valore più solido che riconosco all’astrologia è dunque quello di sistema simbolico nel quale sono sedimentate antiche osservazioni psicologiche e immagini archetipiche.

Se poi esistano oltre a questo autentiche corrispondenze sincronistiche tra configurazioni psichiche e configurazioni astrologiche, questa rimane una domanda aperta, non una verità dimostrata.


EPILOGO

GIORNALISTA:
Dunque, se dovesse rivolgersi oggi agli astrologi, che cosa direbbe loro?

JUNG:
Direi:

non trasformate il simbolo in un fatto.

Non trasformate una possibilità in una certezza.

Non trasformate un’analogia in una causa.

Non trasformate l’oroscopo in una condanna.

Non dite all’uomo ciò che necessariamente gli accadrà quando possedete soltanto un’immagine attraverso la quale interrogare ciò che potrebbe stare accadendo nella sua psiche.

L’astrologia diventa psicologicamente interessante quando smette di pretendere di conoscere in anticipo il destino dell’uomo.

GIORNALISTA:
E agli scettici?

JUNG:
Direi di non commettere l’errore opposto.

Dimostrare che Marte non provoca causalmente l’aggressività non esaurisce il problema psicologico rappresentato da Marte.

Resta da comprendere perché per millenni l’uomo abbia visto nel cielo guerrieri, madri, padri, amanti, vecchi, messaggeri, morti e rinascite.

Lo scettico domanda:

“È realmente nel cielo?”

Lo psicologo dovrebbe aggiungere:

“Perché l’uomo ha avuto bisogno di metterlo nel cielo?”

Tra queste due domande si trova il territorio che mi interessa.

Non la credulità.

Non il materialismo ingenuo.

Ma il rapporto enigmatico fra psiche, simbolo e mondo.


Ciò che Jung potrebbe realmente difendere — e ciò che non potrebbe difendere

Alla fine di questa intervista immaginaria possiamo tracciare un confine abbastanza preciso.

Jung potrebbe difendere l’idea che l’astrologia costituisca un patrimonio storico di simboli psicologici; potrebbe sostenere di aver osservato personalmente corrispondenze che giudicava sorprendenti; potrebbe riferire di aver utilizzato occasionalmente l’oroscopo come strumento ausiliario davanti a situazioni psicologiche difficili; potrebbe proporre la sincronicità come ipotesi concettuale per pensare alcune coincidenze significative. Tutto questo è documentato nelle sue lettere e nelle sue opere.

Non potrebbe invece sostenere, sulla base dei propri risultati, di avere dimostrato scientificamente che il tema natale determina la personalità, che i transiti producono causalmente gli avvenimenti, che il suo esperimento sulle coppie abbia provato statisticamente l’astrologia o che attraverso l’oroscopo sia possibile prevedere con certezza gli eventi futuri. I suoi stessi testi pongono limiti espliciti a queste interpretazioni.

Ed è qui che emerge forse il Jung più interessante.

Tra lo scettico che dice “è tutto falso perché i pianeti non causano gli eventi” e l’astrologo che dice “è tutto vero perché il mio oroscopo funziona”, Jung introduce una terza posizione.

La domanda non è più soltanto:

Gli astri causano ciò che accade all’uomo?

Diventa:

che genere di relazione esiste fra una configurazione esterna, l’immaginazione simbolica e la situazione psichica attraverso cui l’uomo attribuisce significato alla propria esperienza?

Ed è precisamente nel passaggio dalla causa al significato che nasce la possibilità di un’astrologia autenticamente junghiana.


Fonti primarie essenziali

C. G. Jung, “Synchronicity: An Acausal Connecting Principle”, originariamente pubblicato con Wolfgang Pauli in The Interpretation of Nature and the Psyche (1952), poi in Collected Works, vol. 8, The Structure and Dynamics of the Psyche. È la fonte fondamentale per l’esperimento astrologico sulle coppie, la discussione statistica e il concetto di sincronicità. Il testo documenta sia le 483 coppie sia la progressiva attenuazione dei risultati con l’aumento del campione.

C. G. Jung, “Richard Wilhelm: In Memoriam” (1930), successivamente raccolto nei Collected Works, vol. 15. È importante per la prima concezione junghiana del carattere qualitativo del momento e per la discussione della precessione degli equinozi.

C. G. Jung, lettera a B. V. Raman, 6 settembre 1947, in C. G. Jung Letters, vol. I, pp. 475–476. È il documento fondamentale sull’interesse trentennale di Jung per l’astrologia, sul suo uso occasionale dell’oroscopo nei casi psicologicamente difficili e sulla richiesta di una fondazione statistica.

C. G. Jung, lettera ad André Barbault, 26 maggio 1954, in C. G. Jung Letters, vol. II, pp. 175–177. È una delle fonti più importanti per comprendere la posizione matura di Jung: pianeti come simboli delle potenze inconsce, transiti, critica della causalità, abbandono della “qualità del tempo”, interpretazione simbolica e critica agli astrologi troppo letterali.

C. G. Jung, lettera a Robert L. Kroon, 15 novembre 1958, in C. G. Jung Letters, vol. II, pp. 463–464. È probabilmente il documento più netto sulla posizione tarda di Jung: astrologia come psicologia proiettata e metodo intuitivo, dubbi sulle pretese statistiche, rifiuto della previsione superstiziosa e riconoscimento dell’assenza di una sufficiente fondazione scientifica.

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