Nel ricordo di Carl Gustav Jung, la madre non possiede un volto solo è una donna affettuosa, casalinga spesso seduta accanto alla finestra mentre lavora a maglia, ma è anche una presenza inquietante, capace di pronunciare improvvisamente parole che sembrano provenire da una profondità impersonale. È vicina e insieme irraggiungibile, rassicurante e perturbante, materna e oracolare.
La distinzione fra la madre reale e l’immagine psichica della madre è fondamentale, infatti Jung riteneva che la madre personale fosse il primo supporto umano sul quale viene proiettato l’archetipo materno. Alcune qualità appartengono realmente alla donna concreta, altre derivano invece dall’immagine archetipica che il bambino deposita su di lei, conferendole un’autorità e una numinosità che oltrepassano la sua personalità effettiva.[1]
Non stiamo quindi tentando di ricostruire astrologicamente la personalità oggettiva di Emilie Preiswerk, stiamo interrogando l’immagine materna così come Jung sembra averla percepita, interiorizzata e successivamente narrata.
Proprio la compresenza degli opposti sembra costituire il nucleo dell’immagine materna inscritta simbolicamente nel suo oroscopo.
La Luna in Toro potrebbe inizialmente far pensare a una madre stabile, concreta, protettiva, legata alla dimensione corporea e domestica dell’esistenza. Il Toro è il territorio della continuità, della nutrizione e della materia che sostiene la vita può non descrivere necessariamente una madre idealmente serena, ma un’immagine materna ricercata attraverso il calore, la presenza fisica, i gesti ripetuti, il cibo, gli oggetti familiari e la sicurezza delle abitudini.
Le primissime memorie di Jung sono effettivamente dense di percezioni sensoriali, ricorda il latte caldo con pezzi di pane, il sapore e l’odore caratteristico del latte, la luce del sole fra le foglie e l’intensità cromatica della natura. Sono immagini nelle quali la coscienza sembra emergere da un grembo percettivo fatto di sapori, odori, luce, calore e materia.[2]
La Luna taurina potrebbe rappresentare proprio questo primo sentimento della vita: esistere significa essere contenuti in un mondo sensibile, riconoscibile e sufficientemente stabile, ma questa continuità viene presto interrotta.
Quando Jung aveva circa tre anni (1878), la madre trascorse diversi mesi in un ospedale di Basilea durante una temporanea separazione dei genitori. Jung ricorda di aver sofferto in quel periodo di un eczema generalizzato e collega retrospettivamente il disturbo corporeo alle difficoltà coniugali dei genitori e all’assenza materna. Afferma inoltre che da allora cominciò a diffidare della parola “amore” e che associò per lungo tempo alla donna una sensazione di «innata inaffidabilità».[3] Nei sistemi motivazionali il sistema di attaccamento nasce sul sistema di difesa, un parallelo astrologico ci fa pensare che anche Marte possa rappresentare come Jung avrebbe voluto essere “difeso” dai genitori, sia madre che padre. Saturno, il taglio, il distacco che governa l’ascendente Acquario di Jung avrebbe formato nel 1878 la quadratura a Marte, minando simbolicamente quanto espresso da lui: donna inaffidabile, diffidare dell’amore. La fiducia è in relazione con la responsabilità un altro elemento saturnino.
È importante sottolineare che si tratta dell’interpretazione retrospettiva di Jung adulto, non di una diagnosi medica verificabile sul significato infantile dell’eczema, ciò che interessa è il modo in cui Jung avrebbe successivamente organizzato narrativamente quella esperienza: il corpo infantile sembra registrare la crisi della continuità materna.
La Luna in Toro ricerca ciò che permane, ma la congiunzione con Plutone introduce precocemente la possibilità della perdita. L’oggetto che dovrebbe assicurare la continuità può scomparire,il corpo che nutre può ammalarsi, la presenza rassicurante può ritirarsi senza che il bambino ne comprenda la ragione. La sicurezza non viene semplicemente negata: viene attraversata dall’angoscia della separazione.
In questa configurazione la madre potrebbe pertanto essere vissuta come colei che offre la vita e, nello stesso tempo, come colei che espone al rischio della sua sottrazione. La Luna taurina conserva il desiderio di un legame stabile, mentre Plutone mostra che ogni legame profondo porta con sé anche la paura della perdita, dell’abbandono e della trasformazione irreversibile. Non si dovrebbe ovviamente concludere che la madre reale fosse soltanto instabile o minacciosa.
Jung la descrive esplicitamente come una buona madre, dotata di un calore quasi animale, capace di cucinare molto bene, disponibile all’ascolto, piacevole nella conversazione e provvista di sensibilità letteraria, gusto e profondità. Ricorda il suo modo di parlare come qualcosa di vivo e scorrevole, simile al movimento allegro di una fontana.[4]
Il problema sembra risiedere piuttosto nell’impossibilità di ridurla a quest’unico volto.
Accanto alla madre quotidiana ne appariva un’altra, che il figlio percepiva come antica, severa e quasi non umana.
Jung afferma che esisteva una differenza enorme fra le due personalità materne. Durante il giorno la madre poteva essere affettuosa, convenzionale e preoccupata dell’educazione del figlio mentre di notte diventava invece inquietante, la paragona a una veggente, a uno strano animale e a una «sacerdotessa nella caverna dell’orso». Definisce questa sua dimensione più profonda con l’espressione «mente naturale».[5]
È difficile immaginare una raffigurazione più vicina alla congiunzione fra Luna e Plutone.
La Luna rappresenta la madre riconoscibile, il legame personale, il volto umano della relazione. Plutone introduce invece il fondo impersonale della psiche, ciò che precede l’Io e non si lascia addomesticare dalle norme familiari. La madre diventa così la soglia attraverso la quale il bambino incontra una realtà psichica più antica della personalità individuale.
Non è soltanto Emilie Preiswerk a essere percepita, dietro di lei appare qualcosa di più vasto: la Madre natura che nutre e distrugge, custodisce e separa, consola e pronuncia verità intollerabili. La madre personale sembra talvolta arretrare, lasciando emergere una figura archetipica che non si preoccupa di proteggere l’Io infantile dalle proprie parole.
Questa madre plutonica non mente per bontà, non consola necessariamente per proteggere, dice ciò che vede e per questo affascina e terrorizza.
La descrizione di Jung richiama direttamente l’ambivalenza che egli stesso attribuirà all’archetipo materno: da una parte la sollecitudine, la protezione, la fertilità e tutto ciò che sostiene la crescita; dall’altra il segreto, il buio, l’abisso, il mondo dei morti e ciò che appare ineluttabile come il destino.[6]
La madre personale di Jung sembra dunque offrire una prima incarnazione biografica di quella figura che, nella sua successiva formulazione teorica, comprenderà contemporaneamente la madre amorevole e la madre terribile, l’archetipo della Grande Madre.
La voce materna e la terza Casa
La congiunzione fra Luna e Plutone si trova nella III Casa, collegata simbolicamente alla parola, alla comunicazione, all’ambiente vicino, alla formazione del pensiero e al modo in cui la mente attribuisce significato agli avvenimenti.
Nel caso di Jung, l’aspetto più perturbante della madre non sembra manifestarsi principalmente attraverso azioni clamorose, emerge attraverso la voce: frasi pronunciate quasi parlando a se stessa, mutamenti di tono, osservazioni improvvise, parole che il figlio non sa se attribuire alla madre quotidiana o a un’altra personalità.
Jung racconta un episodio avvenuto quando era ancora bambino. Dopo che egli aveva picchiato un coetaneo, la madre lo rimproverò severamente e con grande partecipazione emotiva. Poco dopo, credendo probabilmente di non essere ascoltata, cominciò però a mormorare parole sprezzanti contro la famiglia dello stesso bambino che aveva appena difeso. Jung comprese che la posizione cosciente della madre e quella emersa nel suo monologo potevano contraddirsi radicalmente.[7] Jung sentì l’ambivalenza materna.
La scena gli mostrava che sotto il discorso educativo e socialmente accettabile poteva esistere un altro giudizio, più istintivo, aggressivo e incontrollato, come leggeremo vicino a Marte e Plutone governatori della X Casa, l’archetipo della Persona, proprio l’immagine sociale.
In un altro passo Jung ricorda che la madre gli aveva confidato una grave preoccupazione riguardante il padre. Egli prese le sue parole talmente sul serio da pensare di rivolgersi a una persona esterna e influente. Poco dopo, però, la madre presentò la stessa situazione in termini molto più lievi. Jung concluse allora che avrebbe dovuto ridimensionare ciò che lei diceva, quasi “dividendolo per due”. Da quel momento limitò la propria fiducia nelle sue dichiarazioni quotidiane.[8] Eppure la questione non si risolveva in una semplice inaffidabilità.
Jung aggiunge che, quando emergeva la seconda personalità materna, le sue parole potevano apparirgli così precise da farlo tremare. In quei momenti aveva la sensazione che non fosse propriamente la madre a parlare, ma una «voce di assoluta autorità», capace di formulare esattamente ciò che la situazione richiedeva.[9]
La Luna e Plutone in III Casa potrebbero raffigurare proprio questa precoce esperienza della parola come realtà ambigua e stratificata.
Le parole non coincidono necessariamente con le intenzioni coscienti, sotto il discorso ufficiale può esistere un altro discorso, sotterraneo, capace di contraddire quello socialmente accettabile.
La comunicazione diventa allora un luogo di investigazione, non basta ascoltare ciò che viene detto: occorre cogliere il tono, l’esitazione, la contraddizione, la frase involontaria, ciò che sembra parlare autonomamente attraverso la persona.
Sarebbe arbitrario sostenere che da questa configurazione astrologica o da questi episodi derivino direttamente gli studi junghiani sulle associazioni verbali e sui complessi, però possibile osservare una risonanza simbolica.
Il bambino che aveva imparato a distinguere fra la voce ordinaria della madre e quella della sua seconda personalità sarebbe diventato lo psichiatra interessato alle parole che sfuggono al controllo dell’Io, alle reazioni emotive involontarie e ai nuclei psichici autonomi che si comportano quasi come personalità parziali.
Nell’esperienza infantile di Jung, la parola materna non comunica soltanto un contenuto: rivela l’esistenza di più centri all’interno della medesima persona.
La madre diviene così una delle prime immagini della dissociabilità della psiche, dietrol’unità apparente dell’individuo possono esistere atteggiamenti, voci e personalità differenti. L’Io non è l’unico soggetto, complesso che parla.
La X Casa in Scorpione: la madre come autorità sotterranea
Nell’impostazione astrologica presa in considerazione e alla luce dei racconti di Jung anche la X Casa concorre a rappresentare la madre e l’archetipo della Persona. La sua collocazione nello Scorpione rafforza decisamente la tonalità plutonica già presente nella congiunzione con la Luna.
La madre non appare soltanto come figura affettiva, possiede un’autorità verticale, quasi fatale che farà indossare a Jung la maschera del medico, dello sciamano, del mago. Jung lpercepisce la madre a volte come una presenza imponente, capace di conoscere verità che gli altri ignorano, la sua forza non deriva dalla posizione sociale o dalla coerenza razionale, ma dal rapporto istintivo con ciò che si trova sotto la superficie.
Lo Scorpione non indica necessariamente una personalità distruttiva, può rappresentare la capacità di scendere negli strati nascosti dell’esperienza, di avvertire il non detto e di confrontarsi con il mistero della morte, dell’eros, della malattia e della trasformazione.
La madre di Jung sembra esercitare su di lui proprio questa forma di autorità, può dubitare delle sue opinioni quotidiane, ma trema davanti alle affermazioni della personalità più profonda. È come se la donna concreta fosse talvolta attraversata da una conoscenza che non le appartiene pienamente.
Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1896, la madre parlò a Jung con quella che egli riconobbe come la sua seconda voce. Disse che il marito era «morto in tempo per te». Jung interpretò quelle parole come l’affermazione che il padre, con il quale non era riuscito a comprendersi, avrebbe potuto ostacolare il suo sviluppo. La frase lo colpì duramente, contemporaneamente, egli riconobbe che la morte paterna gli aveva conferito una nuova libertà e lo aveva costretto ad assumere una posizione adulta nella famiglia.[10] È una frase simbolicamente plutonica non perché preveda o desideri la morte, ma perché ne individua immediatamente la funzione trasformativa.
La morte non viene considerata soltanto come perdita affettiva: viene letta anche come passaggio di potere, separazione necessaria e inizio di una nuova fase dell’esistenza.
La madre scorpionica non protegge il figlio dalla realtà della morte, gli mostra che ogni morte modifica la distribuzione delle forze fra i vivi.
Il governatore della X Casa, Plutone, torna nella III, l’autorità materna passa ancora una volta attraverso il linguaggio. È una frase brevissima a produrre una trasformazione, le sue parole sembrano aprire una fenditura nella continuità ordinaria, facendo emergere significati che la coscienza avrebbe preferito non vedere.
Se ci si limitasse a Luna-Plutone e alla X Casa in Scorpione, si rischierebbe di limitare le altre sfumature importanti. Il sestile fra la Luna e Venere in Cancro suggerisce invece l’esistenza di un autentico legame affettivo, fatto di cura, vicinanza e riconoscimento.
Venere in Cancro possiede una qualità protettiva e familiare, In VI Casa può esprimersi attraverso i piccoli servizi quotidiani, l’attenzione alle necessità concrete, la salute, l’abbigliamento, l’igiene, il cibo e le abitudini della casa.
Nelle memorie di Jung la madre compare frequentemente mentre lavora a maglia, cucina, ascolta, conversa o si occupa della presentabilità del figlio. Jung ricorda che, quando doveva recarsi da qualche parte, la madre gli rivolgeva pubblicamente raccomandazioni riguardanti le scarpe, le mani, il fazzoletto e la pulizia del collo. Queste attenzioni, soprattutto quando potevano essere udite dagli altri, erano vissute da lui come umilianti.[11] Nonostante il disagio del bambino, esse rappresentavano anche una forma concreta attraverso cui la madre cercava di prepararlo all’ingresso nel mondo sociale.
Venere in Cancro in VI Casa potrebbe raffigurare una madre il cui amore passa meno attraverso dichiarazioni astratte e più attraverso i gesti quotidiani della vita. Si ama preparando, aggiustando, nutrendo, controllando, curando e preoccupandosi.
Ma la VI Casa è anche la casa della malattia e della vulnerabilità del corpo, la cura materna è segnata dall’esperienza della temporanea indisponibilità della madre. La persona che dovrebbe curare è anche colei che può ammalarsi e aver bisogno di essere curata. Il bambino incontra quindi molto presto la fragilità della funzione materna.
Il sestile fra Venere e la Luna non elimina Plutone, offre piuttosto una possibile mediazione. La madre amorevole e la madre inquietante non sono due donne differenti: costituiscono due aspetti della stessa immagine. Il problema psichico non consiste nell’eliminare uno dei due volti, ma nel riuscire a tollerarne la compresenza.
Jung non sembra aver interiorizzato soltanto una madre abbandonica o minacciosa. Riconosce infatti che la seconda personalità materna gli offrì un sostegno fondamentale quando cominciò a entrare in conflitto con la tradizione religiosa paterna e a confrontarsi con i prodotti compensatori del proprio inconscio.[12]
La madre oscura non fu quindi soltanto una fonte di paura, divenne anche l’autorizzazione interiore a fidarsi di ciò che emergeva dalle profondità della psiche.
Il secondo governatore tradizionale dello Scorpione, Marte, si trova in Sagittario in XI Casa. Questa posizione potrebbe indicare che l’immagine materna non rimase confinata alla relazione privata fra madre e figlio, ma contribuì simbolicamente a orientare Jung verso questioni religiose, filosofiche e collettive.
Il Sagittario cerca una visione capace di oltrepassare i confini ricevuti. In XI Casa, la ricerca si svolge attraverso gruppi, ambienti culturali, sistemi di pensiero e interrogativi che riguardano non soltanto l’individuo, ma anche la collettività.
L’interesse giovanile di Jung per i fenomeni medianici si sviluppò concretamente attraverso la famiglia materna. Jung partecipò a sedute con la cugina materna Helene Preiswerk e con alcuni conoscenti e amici. Queste esperienze costituirono il materiale della sua dissertazione medica del 1902, The Psychology and Pathology of So-called Occult Phenomena. Lo storico della psicologia Sonu Shamdasani ha ricostruito il caso attraverso documenti pubblicati e inediti, mostrando anche come Jung sia tornato più volte su quel materiale, reinterpretandolo alla luce dell’evoluzione successiva delle proprie teorie.[13]
La cronologia esatta delle sedute non è completamente univoca: nelle diverse testimonianze esse vengono collocate fra la metà e la fine degli anni Novanta dell’Ottocento. È però documentato che coinvolsero la cugina materna e che fornirono la base della dissertazione di Jung.[14]
La connessione astrologica non dimostra naturalmente che la madre o il tema natale abbiano causato la nascita della psicologia analitica. Potrebbe però rappresentare simbolicamente la direzione assunta dal complesso materno: dalla madre personale alla famiglia materna; dalla famiglia al gruppo delle sedute; dal gruppo alla ricerca psichiatrica; dalla ricerca sul singolo caso alla futura concezione di una psiche che oltrepassa l’Io individuale. Marte in Sagittario aggiunge inoltre alla figura materna un elemento di rottura rispetto all’ortodossia.
La seconda personalità della madre poteva manifestare un atteggiamento dissacrante nei confronti della religione convenzionale. Jung ricorda, per esempio, che durante una conversazione familiare sugli inni religiosi la madre alterò improvvisamente le parole di un canto, trasformandone il significato devoto in un’espressione ironica e quasi blasfema. Jung finse di non averla sentita, ma percepì quella frase come una conferma della duplicità materna.[15]
Era come se, dietro la moglie del pastore, vivesse una donna che non coincideva interamente con la fede ufficiale della famiglia.
Questa madre non offre al figlio una nuova dottrina, gli trasmette piuttosto il sospetto che la verità psichica possa trovarsi al di fuori dei confini stabiliti dalla coscienza religiosa.
La sua funzione potrebbe essere stata quella di aprire una breccia. Il padre rappresentava una tradizione religiosa cosciente che Jung avvertiva come inaridita, la madre rappresentava una vita psichica sotterranea, confusa e talvolta inquietante, ma ancora capace di generare immagini.
Alla morte della madre, Jung fece un sogno particolarmente impressionante.
Si trovava in un paesaggio forestale primordiale, fra alberi giganteschi e grandi rocce. Udì un fischio che sembrava attraversare l’intero universo e vide irrompere un enorme cane da caccia. Nel sogno comprese che il Cacciatore selvaggio aveva inviato l’animale a prendere un’anima umana. Al risveglio era profondamente spaventato; la mattina successiva ricevette la notizia della morte improvvisa della madre.[16]
Inizialmente il sogno gli sembrò suggerire un’immagine demoniaca. Successivamente Jung identificò però il Cacciatore selvaggio con Wotan, il dio germanico dei suoi antenati, e interpretò il sogno come il trasferimento dell’anima materna in un territorio più vasto del Sé.
La madre non veniva semplicemente sottratta alla vita, ma ricondotta a quella totalità della natura e dello spirito nella quale gli opposti potevano essere nuovamente riuniti.[17]
In questa immagine conclusiva, la Luna congiunta a Plutone sembra quasi trovare il proprio compimento simbolico.
La madre personale muore, ma l’immagine materna non scompare, attraversa una trasformazione. Dalla donna concreta, affettuosa e contraddittoria emerge definitivamente la figura archetipica: la sacerdotessa della natura, la veggente, la creatura della foresta, colei che appartiene al mondo degli antenati e alla totalità della psiche.
Durante il viaggio di ritorno Jung racconta di essere stato attraversato da sentimenti contrastanti. Accanto al dolore e al lutto avvertiva inspiegabilmente musica, allegria e una sensazione simile a quella di una celebrazione nuziale, oscillava fra terrore e calore, tristezza e gioia, punto di vista dell’Io e punto di vista della psiche.[18]
Vita e morte, terrore e gioia, separazione e ricongiungimento apparivano nello stesso momento.
La madre diventa allora la portatrice della contraddizione che accompagnerà l’intera ricerca junghiana: la psiche non coincide con ciò che l’Io considera buono, rassicurante o razionale, la totalità comprende anche ciò che turba, distrugge e trasforma.
Forse l’eredità più profonda di Emilie Preiswerk non consiste quindi in un insieme di caratteristiche trasmesse al figlio, ma nell’esperienza originaria di una persona che sembrava contenere più di una persona.
Attraverso di lei, Jung avrebbe incontrato molto presto la distinzione fra superficie e profondità, Persona e Ombra, coscienza e personalità autonome, avrebbe inoltre scoperto che dietro il volto familiare della madre poteva manifestarsi una figura impersonale, antica e numinosa.
La Luna in Toro conserva il ricordo del latte, della casa, della natura, della cucina e della madre che lavora a maglia, Plutone mostra l’abisso che si apre dietro quella quotidianità, l’ambivalenza. La III Casa trasforma la voce materna in un messaggio proveniente dal sottosuolo della psiche. La X Casa in Scorpione conferisce a quella voce un’autorità fatale e l’immagine pubblica che Jung si costruirà. Venere in Cancro continua a custodire il legame affettivo e la cura concreta. Marte in Sagittario in XI Casa conduce infine l’eredità materna oltre la famiglia, verso la religione, il mito, il gruppo e la dimensione collettiva della psiche.
La madre di Jung non sarebbe dunque soltanto la donna dalla quale egli fu nutrito e temporaneamente separato, sarebbe stata anche la prima soglia del mistero: colei attraverso la quale il mondo quotidiano mostrò al bambino la propria profondità invisibile.
Note e fonti
[1] C. G. Jung, “Psychological Aspects of the Mother Archetype”, in The Archetypes and the Collective Unconscious, CW 9/I, parr. 158–160. Jung distingue la madre personale dall’archetipo proiettato su di lei e descrive l’ambivalenza fra madre protettiva e madre terribile.
Testo consultabile in Four Archetypes, PDF. (jungiancenter.org)
[2] C. G. Jung, Memories, Dreams, Reflections, recorded and edited by Aniela Jaffé, traduzione inglese di Richard e Clara Winston, capitolo “First Years”, pagina PDF 18.
Edizione inglese consultabile online. (antilogicalism.com)
[3] Ivi, pagina PDF 20: ricovero della madre, eczema, separazione dei genitori, diffidenza verso l’amore e associazione della donna con l’inaffidabilità. (antilogicalism.com)
[4] Ivi, pagina PDF 67: descrizione della madre come affettuosa, calorosa, brava cuoca, ascoltatrice e donna dotata di sensibilità letteraria.
[5] Ivi, pagine PDF 67–69: descrizione delle due personalità materne, della madre diurna e della figura notturna paragonata alla sacerdotessa della caverna.
[6] Jung, “Psychological Aspects of the Mother Archetype”, CW 9/I, par. 158: qualità benefiche, oscure e trasformative dell’archetipo materno.
[7] Jung, Memories, Dreams, Reflections, pagine PDF 67–69: rimprovero per l’aggressione al bambino e successivo monologo contraddittorio della madre. (antilogicalism.com)
[8] Ivi, pagine PDF 71–72: confidenze materne, successiva riduzione della gravità della situazione e decisione di Jung di ridimensionare le sue affermazioni. (antilogicalism.com)
[9] Ivi, pagina PDF 71: descrizione della seconda personalità come voce dotata di autorità e precisione impersonali. (antilogicalism.com)
[10] Ivi, pagine PDF 121–122: morte del padre, frase materna e assunzione da parte di Jung di un nuovo ruolo nella famiglia. (antilogicalism.com)
[11] Ivi, pagine PDF 40–41: raccomandazioni materne riguardanti pulizia, abbigliamento e comportamento sociale. (antilogicalism.com)
[12] Ivi, pagina PDF 115: Jung afferma che la personalità numero due della madre gli offrì un forte sostegno nel conflitto fra la tradizione paterna e le produzioni compensatorie dell’inconscio. (antilogicalism.com)
[13] Sonu Shamdasani, “‘S.W.’ and C.G. Jung: Mediumship, Psychiatry and Serial Exemplarity”, History of Psychiatry, vol. 26, n. 3, 2015.
Articolo completo dell’University College London.
[14] Ivi, pp. 2, 6–7: differenze nella datazione delle sedute, parentela materna con Helene Preiswerk e rapporto con la dissertazione medica di Jung.
[15] Jung, Memories, Dreams, Reflections, pagina PDF 69: episodio relativo agli inni religiosi e alla seconda personalità materna.
[16] Ivi, pagina PDF 375: sogno della foresta, del cane e del Cacciatore selvaggio; notizia della morte materna. (antilogicalism.com)
[17] Ivi, pagine PDF 375–376: identificazione del Cacciatore con Wotan e interpretazione del destino dell’anima materna.
[18] Ivi, pagina PDF 376: alternanza fra lutto, gioia, musica e immagine di una celebrazione nuziale durante il viaggio di ritorno.
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