Quando con sistemi simbolici come astrologia, tarocchi, ecc… affibbiamo ad uno specifico pianeta, segno o carta dei tarocchi un significatgo determinato, per esempio: Urano, Nettuno e Plutone sono i pianeti dell’inconscio, collettivo o personale, o anche la Luna è il pianeta dell’inconscio, commettiamo un errore formale, epistemologico e totalizziamo ciò che non lo è e che Jung stesso ha tenuto a precisare non si deve fare: l’inconscio, l’archetipo, il simbolo. Al massimo sono una delle possibili immagini archetipiche che rappresentano una parte del concetto (inconscio personale, ecc…) di cui si vuole parlare. Non sono l’intero.
In conclusione, è opportuno ricordare che alcune formulazioni ad effetto, proprio perché sintetiche e assertive, esercitano una forte presa comunicativa sul lettore. Frasi del tipo “il pianeta X è l’inconscio”, “il Segno Y è l’archetipo”, “l’elemento Z rappresenta la psiche profonda” hanno il vantaggio della chiarezza immediata, ma introducono un’identificazione che, sul piano teorico, risulta impropria ed errata se non contestualizzata. Esse trasformano un rapporto simbolico in un’equivalenza ontologica, un processo in un oggetto, una funzione in un’entità. Il risultato è una totalizzazione che semplifica ciò che in Jung rimane strutturalmente complesso e dinamico: un linguaggio più cauto che parli di immagini che esprimono, configurazioni che evocano, simboli che mediano non indebolisce la comunicazione, ma la rende epistemologicamente più solida, preservando la distinzione tra livello simbolico e livello strutturale della psiche. Scopriamone il motivo, leggendo l’articolo.
Il rischio della totalizzazione: una riflessione su simbolo, archetipo e inconscio in Jung
Soprattutto quando si lavora con linguaggi simbolici e modelli interpretativi complessi, il rischio più sottile non è l’errore grossolano, ma lo slittamento semantico, l’uso impreciso delle parole. È la tendenza, quasi impercettibile, a trasformare processi in oggetti, strutture in contenuti, funzioni in entità, reificare tutto. Carl Gustav Jung, nel volume 8 delle Opere, La dinamica dell’inconscio, cerca di mettere in guardia da questa deriva, e proprio per questo il suo lessico richiede una vigilanza particolare.
Quando Jung definisce il simbolo, lo fa con una delle tante formulazione che è diventata celebre: «Il simbolo è la migliore espressione possibile di qualcosa di sconosciuto». La frase è spesso citata, ma raramente interrogata fino in fondo. Il simbolo non è “lo sconosciuto”, è la migliore espressione possibile dello sconosciuto ed è proprio in questa differenza apparentemente minima che dovrebbe essere chiaro che il simbolo non coincide mai con ciò che rappresenta, ne è una formulazione provvisoria, dinamica, storicamente situata.
Jung insiste sul carattere vitale e non esaustivo del simbolo: «Finché un simbolo è vivo, esso è la migliore espressione possibile di qualcosa che non può essere altrimenti formulato». La vita del simbolo dipende dal fatto che esso ecceda la coscienza: quando viene completamente spiegato, quando viene chiuso in una definizione definitiva, smette di essere simbolo e diventa segno. Il simbolo vive nella tensione tra il noto e l’ignoto totalizzarlo significa spegnere quella tensione.
Jung scrive che «l’inconscio è un processo psichico che si svolge indipendentemente dalla coscienza». Anche qui la parola fondamentale è processo. L’inconscio non è un contenitore, non è un luogo, non è una cosa è un’attività, una dinamica, una dimensione operante della psiche che non coincide con l’Io. Se lo si reifica, lo si riduce a oggetto, se lo si oggettiva, lo si sottrae alla sua natura fluida e trasformativa.
Non meno significativa è l’affermazione secondo cui «la coscienza è un fenomeno recente e fragile» Questa osservazione ridimensiona radicalmente ogni pretesa di centralità dell’Io. L’inconscio non è un’appendice della coscienza, ma il suo fondamento più ampio e più antico. Tuttavia, anche in questo caso, Jung evita accuratamente di trasformare l’inconscio in una sostanza metafisica, il suo discorso resta sempre psicologico.
Quando poi introduce la nozione di inconscio collettivo, la prudenza concettuale diventa ancora più necessaria. Jung afferma che «l’inconscio collettivo non deriva dall’esperienza personale» e che esso «consiste di forme preesistenti, gli archetipi» . Qui è fondamentale non compiere uno slittamento indebito. L’inconscio collettivo non è un insieme di immagini determinate, è una matrice formale, gli archetipi non sono contenuti mitologici specifici, ma strutture predisponenti alla produzione simbolica. Le immagini concrete che emergono nella storia e nella vita individuale sono manifestazioni storiche di queste strutture, non l’archetipo in quanto tale.
Il problema della totalizzazione nasce quando si usa il verbo “essere” in modo assoluto: quando si identifica una singola immagine con l’archetipo, o un contenuto simbolico con l’inconscio nel suo insieme. In questo modo, ciò che per Jung è dinamico e strutturale viene trasformato in entità statica. Ma l’archetipo non è l’immagine che lo rappresenta, il simbolo non è la realtà che evoca, l’inconscio non è una figura tra le altre: sono livelli differenti del discorso psicologico.
L’attenzione alle parole, dunque, non è un esercizio accademico, ma una forma di responsabilità teorica. Totalizzare significa chiudere ciò che, per sua natura, deve restare aperto, significa confondere piano simbolico e piano ontologico. Jung mostra costantemente la necessità di mantenere questa distinzione: il simbolo deve restare eccedente, l’archetipo deve restare struttura, l’inconscio deve restare processo.
La precisione terminologica non è pedanteria, è condizione di possibilità di un pensiero psicologico non riduzionista e forse, oggi più che mai, questa vigilanza sul linguaggio è parte integrante del lavoro clinico e teorico.
Quando con sistemi simbolici come astrologia, tarocchi, ecc… affibbiamo ad uno specifico pianeta, segno o carta per dei tarocchi un significatgo determinato, per esempio: Urano, Nettuno e Plutone sono i pianeti dell’inconscio, collettivo o personale, o anche la Luna è il pianeta dell’inconscio, commettiamo un errore formale, epistemologico e totalizziamo ciò che non lo è e che Jung stesso ha tenuto a precisare non si deve fare: l’inconscio, l’archetipo, il simbolo.
In conclusione, è opportuno ricordare che alcune formulazioni ad effetto, proprio perché sintetiche e assertive, esercitano una forte presa comunicativa sul lettore. Frasi del tipo “il pianeta X è l’inconscio”, “il Segno Y è l’archetipo”, “l’elemento Z rappresenta la psiche profonda” hanno il vantaggio della chiarezza immediata, ma introducono un’identificazione che, sul piano teorico, risulta impropria ed errata se non contestualizzata. Esse trasformano un rapporto simbolico in un’equivalenza ontologica, un processo in un oggetto, una funzione in un’entità. Il risultato è una totalizzazione che semplifica ciò che in Jung rimane strutturalmente complesso e dinamico: un linguaggio più cauto che parli di immagini che esprimono, configurazioni che evocano, simboli che mediano non indebolisce la comunicazione, ma la rende epistemologicamente più solida, preservando la distinzione tra livello simbolico e livello strutturale della psiche.
L’astrologia non è uno strumento scientificamente validato, e non sostituisce l’intervento psicologico o psicoterapeutico. Gli articoli presenti in questo sito intendono solo esplorare il valore simbolico, metaforico e narrativo che alcune persone attribuiscono a questa pratica e come possa essere di supporto così come altri strumenti che mettono al centro il paziente e la sua storia, senza nessun riferimento a modalità predittive.
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