Hillman e l’astrologia: non per prevedere, ma per dare casa agli dèi

Hillman e l’astrologia: non per prevedere, ma per dare casa agli dèi

Leggendo alcuni passi del libro The Life and Ideas of James Hillman, vol 2, di Dick Russel, ho pensato di riportare alcune riflessioni.

C’è un malinteso che torna spesso, ogni volta che si nomina James Hillman: l’idea che lui stia “altrove”, lontano dall’astrologia, lontano da tutto ciò che ha a che fare con le stelle, con le mappe celesti, con quel linguaggio antichissimo che tanti liquidano come superstizione.

E invece no. O almeno: no, non in modo così semplice.

Perché se c’è una cosa che Hillman non ha mai sopportato, è la psicologia che si mette in posa da scienza della spiegazione, quella che vuole dire al vivente cosa è, come funziona e perché fa ciò che fa. Hillman, semmai, ha sempre cercato una psicologia capace di restituire spessore, complessità, anima, una psicologia che non riduca.

E qui l’astrologia, paradossalmente, entra in scena con una naturalezza sorprendente. Non come previsione, non come calcolo del futuro, non come “sei nato sotto questo segno e quindi sei fatto così”, no. Piuttosto come linguaggio simbolico, come mappa immaginale, come modo per parlare della pluralità che ci abita.

In altre parole: se l’astrologia viene intesa nella sua forma più profonda, Hillman non potrebbe che riconoscerla come una lingua “compatibile”. Una lingua che parla non dell’Io, ma delle potenze simbolicamente “divine” in ognuno di noi.

Un dettaglio biografico che vale più di mille discussioni

C’è un fatto che molti ignorano e che, da solo, sposta l’intero discorso: Hillman studiò astrologia negli anni Cinquanta con Greta Baumann, la figlia di Jung.

Questo non significa che sia diventato “un astrologo” nel senso comune del termine, né che abbia usato l’astrologia come stampella teorica, ma significa qualcosa di più concreto: l’astrologia entra dentro la sua formazione, non in modo secondario, non è una curiosità, è un terreno di esperienza. In questo senso faccio riferimento al mio libro, per approfondire gli argomenti: Astrologia analitico archetipica, fondamenti hillmaniani.

E se accettiamo questo, allora cambia anche la domanda. Non si tratta più di chiedersi: “Hillman credeva nell’astrologia?” che è una domanda già mal posta, perché odora di tribunale, ma  La domanda vera è: in che modo l’astrologia può parlare alla psicologia dell’anima senza tradirla?

Un episodio piccolo, quasi intimo, che dice tutto

Uno dei passaggi più rivelatori di quanto affermo non è teorico, è una scena, un frammento di vita.

Hillman, racconta Pat Berry, le spiega come si costruisce una carta del cielo. Siamo in un momento affettivo, in un clima umano, non in una conferenza. E poi, quasi come se fosse la cosa più naturale del mondo, lui ragiona così:

Kate, sua moglie, ha quattro pianeti in Sagittario. Pat è Capricorno con Ascendente Sagittario. Lui non ha pianeti in Sagittario.

E allora commenta: “they fill a gap in my horoscope”. Mi riempiono un vuoto, questo perché, al tempo, Hillman riteneva di essere Ascendente Gemelli, poi troverà un appunto di sua mamma con la sua ora di nascita dalla quale si evincerà essere Ascendente Cancro. Ma, come si può notare, non è importante la matematica della posizione zodiacale, quanto il significato che viene dato al simbolo, il senso offerto da Hillman stesso.

È una frase semplice. Però dentro c’è una visione intera.

Perché qui l’astrologia non serve a definire chi sei, serve a capire che cosa manca, che cosa non è espresso, che cosa resta in ombra, e come certe persone, certi incontri, entrino nella tua vita come se rispondessero a quel vuoto. Come se portassero nel campo una qualità necessaria.

Non è un pensiero da “catalogo”. È un pensiero da anima.

È l’astrologia come dinamica compensativa: non “sei così”, ma “ti muovi tra forze”. E le forze non sono mai isolate: si chiamano, si completano, si provocano, si compensano.

Quando Hillman dice “riempiono un vuoto”, sta dicendo: non siamo mai uno, siamo una costellazione. E la vita, spesso, mette vicino a noi proprio ciò che ci manca, non per completarci come una favola romantica, ma per renderci più complessi, più larghi, più veri.

Un ponte antico tra logica e magia

Il libro di Russel insiste poi su un’altra traccia, decisiva: il legame tra Hillman, Pat Berry, e lo studio del Picatrix, uno dei testi più celebri della magia astrologica medievale e rinascimentale.

Ora: già qui si capisce qualcosa, perché quando entri nel Picatrix, l’astrologia smette di essere “oroscopo” e torna a essere ciò che era per secoli: una scienza simbolica del rapporto tra l’uomo e il cosmo, una disciplina che non separa matematica e immagine, ordine e mistero.

Warburg, grande studioso della cultura, diceva che l’astrologia è stata per lungo tempo il ponte più potente tra logica matematica e magia. Due mondi che la modernità ha frantumato, quasi costringendoci a scegliere: o sei razionale o sei immaginativo, o sei scientifico o sei poetico.

Ma l’anima non funziona così. L’anima non sceglie. L’anima tiene insieme.

Hillman è proprio lì: su quella frattura. Non per “mettere d’accordo” i poli, ma per ricordarci che siamo fatti di entrambi. Che la psiche non è una macchina, ma neppure un caos. È un ordine misterioso che parla per immagini.

Il punto centrale: imparare a relazionarsi con gli dèi

E qui arriva forse il nucleo più hillmaniano di tutti: nel testo si dice che il Picatrix insegna “come relazionarsi agli dèi”, quali sacrifici chiedono, quale atmosfera li accompagna, dove li incontri.

Questa frase, da sola, basterebbe.

Perché Hillman ha sempre sostenuto, in mille modi diversi, che noi non siamo un Io con dei contenuti, siamo un teatro e nel teatro dell’anima entrano personaggi, potenze, divinità interiori. Venere, Marte, Saturno, Mercurio… non come palline nello spazio, ma come “modi dell’essere”.

Modi di desiderare.
Modi di difendersi.
Modi di amare.
Modi di soffrire.
Modi di distruggere.
Modi di creare.

In questo senso l’astrologia non è una teoria del carattere. È una fenomenologia delle potenze, espressione di emozioni e bisogni.

E se la prendi sul serio, accade qualcosa: ti muove. Ti agita. Ti complica.

Non a caso, i seminari sul Picatrix, racconta il libro, erano spesso carichi di emotività, tensioni tra i partecipanti, discussioni accese, persone che si alzavano e se ne andavano perché “troppo”.

Questa cosa è importantissima: significa che l’astrologia, quando viene vissuta come esperienza immaginale e non come consumo di contenuti, attiva il campo psichico, non è decorazione, è un detonatore per l’anima.

Hillman non ne aveva paura, perché l’anima, spesso, è proprio questo: una forza che non chiede permesso.

Venere e Marte non sono “significati”: sono climi

C’è poi un passaggio che mi ha colpito perché è concreto, corporeo, quasi sensoriale. Nel Picatrix Venere non è un concetto astratto: è profumo, ornamento, morbidezza, piacere estetico. Marte non è “aggressività” detta in modo psicologico: è urgenza, fasto guerriero, impulsi accesi, emozioni che infuriano.

Ecco il punto: qui l’astrologia non descrive soltanto. Evoca, non ti dice “che cosa sei”, ti mette in contatto con come può essere un certo modo di vivere.

E questa differenza è radicale. Perché quando un linguaggio ti evoca, non ti informa soltanto: ti trasforma.

Perché Hillman può dialogare con l’astrologia: perché è politeista

A questo punto, la conclusione viene quasi da sola. Hillman può dialogare con l’astrologia perché entrambi lavorano con un’idea di psiche che la modernità ha paura di ammettere: la psiche è pluralità.

Non esiste “una” voce, “una” storia, “un” centro stabile che domina tutto, esistono molte potenze che ci attraversano. E allora il punto non è controllarle, né spiegarle, né guarirle come fossero un difetto, il punto è riconoscerle.

E quando le riconosci, succede qualcosa: non sei più schiacciato dall’esperienza, inizi a darle forma.

Non usare l’astrologia per prevedere: usarla per abitare

Se volessi dire tutto questo con una frase sola, direi così:

Hillman non usa l’astrologia per prevedere, ma per dare cittadinanza psichica agli dèi.

E questo, se ci pensi, è molto più serio e molto più utile di qualunque promessa predittiva.

Perché quando una persona soffre, raramente soffre perché non sa cosa accadrà.
Soffre perché non riesce a dare senso a ciò che sta accadendo, come ricordava Viktor Frankl.
Soffre perché vive un conflitto come se fosse una colpa.
Soffre perché una potenza interna la sta attraversando e lei non ha parole per nominarla.

E qui l’astrologia, nel suo livello più alto, può fare una cosa preziosa: può aiutare a dire “non sei solo un problema”, sei dentro un passaggio, dentro una forza, dentro un archetipo che ti spinge alla ricerca del senso.

E l’archetipo non si risolve.
L’archetipo si attraversa, s’ incontra, si abita.

In fondo Hillman ha sempre lavorato così: non per eliminare il conflitto, ma per renderlo simbolicamente abitabile, non per chiudere l’anima in un concetto, ma per restituirle mondo.

E l’astrologia, se la togliamo dal teatro delle previsioni e la riportiamo in un piano efficace per i tempi attuali fa esattamente questo: restituisce mondo.

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