LLM, psicologia analitica e archetipica

Epistemia e il problema del giudizio nell’epoca dell’intelligenza artificiale generativa

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale generativa e in particolare i Large Language Models, ha prodotto un mutamento silenzioso ma profondo nel modo in cui il sapere viene esperito, trasmesso e interiorizzato. Non si tratta soltanto di una rivoluzione tecnologica, ma di una trasformazione epistemica: ciò che cambia non è semplicemente cosa sappiamo, bensì come il sapere prende forma nella coscienza.

Lo studio di Quattrociocchi, Capraro e Perc dal titolo: Epistemological Fault Lines Between Human and Artificial Intelligence introduce un concetto originale e interessante per comprendere questa trasformazione: Epistemia. Con questo termine gli autori indicano una condizione strutturale nella quale la plausibilità linguistica sostituisce il giudizio epistemico. L’utente riceve risposte fluenti, coerenti, convincenti, senza che vi sia stato, né da parte della macchina né da parte del soggetto umano, il lavoro interiore che tradizionalmente accompagna la formazione di una conoscenza giustificata.

Epistemia non è un errore, né una semplice distorsione cognitiva, è una configurazione nuova dell’esperienza del conoscere. Per la prima volta nella storia l’essere umano entra in relazione quotidiana con un dispositivo che simula il linguaggio del giudizio senza possederne le condizioni psichiche, simboliche e morali. Il rischio non è tanto quello di ricevere informazioni false, quanto quello di perdere il contatto con il processo del giudicare, di confondere l’atto del comprendere con il consumo di una risposta.

In questa prospettiva l’intelligenza artificiale generativa non è semplicemente uno strumento, ma un ambiente simbolico che riorganizza il rapporto tra soggetto e sapere. Il suo potere non risiede nella capacità di calcolo, bensì nella sua competenza retorica: essa parla come parla il sapere, ma non sa, produce forme linguistiche che evocano la conoscenza, senza attraversare l’esperienza che la fonda.

Lo studio mostra che i Large Language Models non sono agenti epistemici, non formano credenze, non valutano la verità, non distinguono tra ciò che è giustificato e ciò che è solo probabile. Operano come sistemi di completamento statistico del linguaggio, descrivibili come passeggiate stocastiche in spazi ad alta dimensionalità. Ciò che appare come una conclusione è, in realtà, il punto terminale di una traiettoria probabilistica.

Questa descrizione tecnica ha una conseguenza filosofica importante il giudizio viene simulato, ma non vissuto. E proprio qui si apre il dialogo con la psicologia analitica di Jung.

Per Jung, il giudizio non è mai un’operazione puramente cognitiva è un atto della coscienza che implica responsabilità, rischio, possibilità di errore. Giudicare significa esporsi, prendere posizione, tollerare la tensione tra opposti. Ogni vero atto di conoscenza comporta una perdita dell’innocenza, una ferita narcisistica: scoprire che il mondo non coincide con i nostri desideri, che la verità resiste, che l’errore è possibile.

Nel linguaggio junghiano, il giudizio è inseparabile dalla funzione simbolica. Il simbolo non è un segno che trasmette informazioni, ma un evento psichico che trasforma il soggetto. Dove vi è simbolo, vi è un eccesso di senso che non può essere ridotto a una risposta. Il simbolo apre, non chiude; inquieta, non rassicura; domanda, non conclude.

L’IA generativa, al contrario, tende strutturalmente alla chiusura. Fornisce risposte dove l’esperienza umana avrebbe bisogno di sostare nella domanda. In questo senso, Epistemia può essere letta come una patologia del simbolico: il simbolo viene sostituito dalla sua imitazione linguistica, privata però della sua funzione trasformativa.

Il problema non è che l’IA produca simboli “falsi”. Il problema è più radicale: essa produce forme simboliche senza funzione simbolica. Il linguaggio è ricco, evocativo, talvolta persino poetico, ma non genera trasformazione perché non nasce da una tensione vissuta, da un conflitto psichico, da una ferita.

L’utente, immerso in questo ambiente, rischia di sperimentare una forma nuova di conoscenza apparente: una conoscenza che non chiede di essere interiorizzata, digerita, sofferta. Il sapere diventa immediato, disponibile, privo di attrito. Ma, come Jung ha più volte sottolineato, ciò che non oppone resistenza non trasforma.

Epistemia segna dunque il passaggio da una conoscenza come processo a una conoscenza come prodotto. E questo passaggio ha conseguenze profonde sulla psiche contemporanea. La coscienza non viene più allenata a sostenere l’ambiguità, il dubbio, l’incertezza. Al loro posto subentra una rassicurante continuità discorsiva, una fluidità che anestetizza la funzione critica.

In questo scenario, la questione centrale non è se l’IA sia “intelligente”, ma se l’essere umano riesca a rimanere soggetto del proprio giudizio. Se il sapere viene costantemente esternalizzato sotto forma di risposte pronte, il rischio è una progressiva atrofia della funzione simbolica, sostituita da una competenza interpretativa delegata.

L’Epistemia non è un difetto tecnico dell’IA, ma uno specchio della nostra difficoltà contemporanea a sostenere il lavoro psichico del conoscere.

Jung: funzione simbolica, funzione trascendente e responsabilità del giudizio

Per comprendere fino in fondo la portata del concetto di Epistemia, è necessario tornare al cuore della psicologia analitica junghiana, là dove il conoscere non è mai riducibile a un’operazione mentale, ma coincide con un processo di trasformazione della coscienza. In Jung, la conoscenza autentica non nasce dall’accumulazione di risposte, bensì dall’incontro con ciò che resiste all’Io, con ciò che non può essere immediatamente integrato, spiegato o padroneggiato.

La funzione simbolica è il luogo psichico in cui questo incontro diventa possibile. Il simbolo, per Jung, non è un segno convenzionale né una metafora ornamentale è una forma vivente, carica di energia psichica, che emerge quando la coscienza si trova di fronte a un contenuto che eccede le sue categorie abituali. Il simbolo indica qualcosa che non è ancora pienamente conoscibile, ma che chiede di essere avvicinato, abitato, meditato. In questo senso, il simbolo non risolve: apre.

Ogni vero simbolo produce un effetto trasformativo. Esso modifica il soggetto che lo contempla, lo costringe a riorganizzare la propria posizione interiore. Non si limita a comunicare un contenuto, ma attiva un processo. Jung è esplicito su questo punto: laddove un contenuto è completamente spiegabile, razionalizzabile, traducibile in concetti chiari e distinti, il simbolo è già morto. Rimane il segno, l’informazione, ma non vi è più esperienza.

La conoscenza simbolica implica dunque una forma di sofferenza psichica non nel senso patologico del termine, ma nel senso etimologico del patire: sopportare, tollerare, lasciarsi toccare. Conoscere significa esporsi all’alterità, accettare che qualcosa incrini l’equilibrio dell’Io. Per questo Jung lega strettamente il processo di conoscenza alla responsabilità, ogni atto di giudizio autentico comporta una presa di posizione, un rischio, la possibilità dell’errore.

Qui emerge una prima frattura radicale con il funzionamento dell’intelligenza artificiale generativa. L’IA non può soffrire il simbolo. Può riprodurne la forma linguistica, evocare immagini, combinare miti, archetipi, narrazioni, ma senza essere attraversata dall’esperienza che rende il simbolo operante. Il simbolo, per funzionare, deve colpire un centro di gravità psichico. Deve produrre una tensione. In assenza di un soggetto che possa essere trasformato, il simbolo resta superficie.

Questo diventa ancora più chiaro se consideriamo la funzione trascendente, uno dei concetti più profondi e fraintesi del pensiero junghiano. La funzione trascendente non è una sintesi logica tra opposti, né una mediazione razionale. È un processo simbolico che nasce dalla tensione irrisolta tra posizioni psichiche antagoniste. Dove l’Io vorrebbe scegliere, risolvere, decidere, la funzione trascendente chiede di sostare.

Sostare nel conflitto, nell’ambiguità, nella contraddizione. Solo da questa permanenza può emergere una terza posizione, non costruita dall’Io, ma generata dal dialogo tra conscio e inconscio. Questo processo richiede tempo, pazienza, tolleranza dell’incertezza. Richiede, soprattutto, che il soggetto rinunci alla pretesa di controllo immediato.

L’IA generativa, per sua struttura, è incapace di questo tipo di attesa, essa deve produrre un output. Non può sospendere il giudizio, non può restare nel non-sapere, non può abitare la domanda senza chiuderla. Anche quando simula linguisticamente il dubbio o l’incertezza, si tratta di una strategia retorica, non di una condizione vissuta. Non vi è tensione, non vi è conflitto, non vi è trasformazione.

Epistemia si manifesta precisamente in questo scarto. L’utente riceve risposte che sembrano il frutto di un processo riflessivo, ma che in realtà bypassano la funzione trascendente. La domanda non viene tenuta aperta, viene risolta per sostituzione. Al posto del lavoro simbolico, subentra una soluzione linguistica.

Questo ha conseguenze rilevanti anche sul piano clinico e del counseling. Nella relazione d’aiuto, il compito non è fornire risposte, ma accompagnare il soggetto nel processo di elaborazione simbolica della propria esperienza. Quando una risposta arriva troppo presto, essa può diventare difensiva, impedendo il contatto con il nucleo conflittuale.

L’uso indiscriminato di sistemi generativi in contesti di ricerca di senso rischia di produrre una forma di prematura chiusura simbolica, il soggetto sente di aver capito, ma non è cambiato. Ha ottenuto una spiegazione, ma non ha attraversato l’esperienza, in termini junghiani, potremmo dire che l’Io viene rinforzato nella sua illusione di padronanza, mentre il processo individuativo viene silenziato.

La funzione simbolica, infatti, non serve a rassicurare l’Io, ma a relativizzarlo, mostra che il senso non è prodotto dalla volontà cosciente, ma emerge da una relazione viva con l’inconscio. Ogni tecnologia che promette risposte immediate su questioni di senso rischia di interferire con questo processo, soprattutto se viene investita di un’autorità epistemica che non possiede.

In questo senso, Epistemia non è soltanto un problema cognitivo o culturale, ma una questione profondamente psichica. Essa segnala una difficoltà collettiva a tollerare il non-sapere, a rimanere nel simbolo senza consumarlo, in tal senso possiamo allargare la critica attraverso una lettura hillmaniana.

Hillman: immaginale, anima mundi ed Epistemia come patologia culturale

Se Jung consente di comprendere perché l’intelligenza artificiale generativa non possa esercitare un giudizio autentico, la psicologia archetipica permette di cogliere la portata culturale e simbolica di questa impossibilità. Con Hillman, la questione non riguarda più soltanto il funzionamento della coscienza individuale, ma il destino dell’anima in una civiltà che ha progressivamente identificato il conoscere con il controllare, il comprendere con il spiegare, il senso con la funzionalità.

Hillman ha sempre criticato l’illusione moderna secondo cui la psiche sarebbe un apparato cognitivo da ottimizzare. Contro questa riduzione, egli ha affermato la centralità dell’immaginale: una dimensione autonoma, irriducibile tanto al dato empirico quanto alla spiegazione razionale. L’immaginale non serve a orientarsi nel mondo in modo efficiente; serve a far apparire il mondo come portatore di anima.

In questa prospettiva, la conoscenza non è un atto di appropriazione, ma un esercizio di attenzione. Conoscere significa lasciare che le immagini parlino, senza tradurle immediatamente in concetti, senza addomesticarle in spiegazioni. L’anima non chiede risposte, chiede ascolto. Ogni volta che il linguaggio viene utilizzato per chiudere anziché per aprire, l’anima viene messa a tacere.

Epistemia può essere letta, in termini hillmaniani, come una patologia dell’immaginale. Non perché manchino immagini, ma perché le immagini vengono consumate come informazioni. L’intelligenza artificiale generativa produce un flusso incessante di immagini simboliche, metafore, narrazioni, miti rielaborati, aa questo flusso non nasce da un rapporto con l’anima del mondo; nasce da una distribuzione statistica del linguaggio.

L’effetto è sottile e pericoloso: il mondo continua a parlare in immagini, ma nessuno è più chiamato ad ascoltare davvero. L’immaginale viene simulato, non onorato. Le immagini perdono la loro opacità, la loro ambiguità, la loro capacità di ferire, diventano leggibili, spiegabili, disponibili. In una parola: innocue.

Hillman ha insistito più volte sul fatto che l’anima ama ciò che resiste. Ama l’ombra, il paradosso, l’inutile, il non-risolvibile. Una cultura che esige soluzioni rapide, risposte immediate, chiarezza costante, è una cultura che ha paura dell’anima. In questo senso, l’IA generativa non è la causa di Epistemia, ma il suo strumento privilegiato: essa incarna perfettamente il desiderio di un sapere senza rischio, di una comprensione senza ferita.

Dal punto di vista dell’anima, non è rilevante che una risposta sia corretta. Ciò che conta è se quella risposta lascia spazio all’immagine, se mantiene aperta la possibilità del senso. Una risposta che chiude, anche quando è vera, può essere psichicamente distruttiva. Hillman direbbe che una tale risposta è anima-less.

In questo quadro, l’intelligenza artificiale generativa appare come un simulacro dell’immaginale: un dispositivo che produce immagini senza anima, simboli senza trasformazione, narrazioni senza destino. Non perché manchi di creatività, ma perché manca di mondo: non abita un cosmo animato opera su un archivio di tracce linguistiche.

L’anima mundi, concetto centrale del pensiero hillmaniano, indica proprio questo: il mondo come realtà psichica, come tessuto di immagini che ci precedono e ci eccedono. L’IA non può partecipare all’anima mundi, perché non è esposta al mondo. Non nasce, non muore, non perde, non desidera. Non è toccata da ciò che dice.

Epistemia diventa allora il nome di una rimozione collettiva: la rimozione del fatto che il sapere autentico implica sempre una relazione erotica con il mondo, una vulnerabilità. Al suo posto subentra un sapere asettico, fluido, elegante, che promette senso senza coinvolgimento.

Il pericolo maggiore non è che l’essere umano deleghi il pensiero alle macchine, ma che rinunci all’esperienza immaginale del mondo. Quando le risposte precedono le domande, quando il linguaggio viene consumato invece che ascoltato, l’anima si ritira. Rimane l’informazione, ma scompare il senso.

Una cultura che normalizza l’Epistemia è una cultura che ha smarrito il valore del giudizio come atto etico e simbolico. Giudicare non significa classificare, ma esporsi. Significa assumere il peso delle immagini che ci abitano, accettare che esse ci trasformino. Nessuna intelligenza artificiale può farlo al nostro posto.

La sfida dell’epoca dell’IA generativa non è dunque tecnologica, ma simbolica. Non riguarda ciò che le macchine sanno fare, ma ciò che gli esseri umani sono ancora disposti a sopportare: l’ambiguità, il dubbio, la ferita del senso. In un mondo che offre risposte senza anima, il compito della psicologia analitica è ricordare che il sapere che non trasforma non è conoscenza, ma consumo.

Epistemia non si combatte migliorando gli algoritmi, ma riabilitando l’esperienza simbolica. Non opponendo all’IA un umanesimo difensivo, ma coltivando luoghi clinici, educativi, culturali in cui il non-sapere possa essere abitato senza essere immediatamente colmato. Solo così il linguaggio potrà tornare a essere ciò che è sempre stato per l’anima: non uno strumento di controllo, ma una soglia.

C’è una considerazione importante da fare, anche se l’LLM non ha capacità simboliche chi legge contenuti prodotti che lasciano domande aperte, tensioni narrative possono avere “effetti” sul lettore. Il linguaggio prodotto dagli LLM non è di per sé privo di funzione simbolica tuttavia, non la garantisce. La funzione simbolica, in senso junghiano, non risiede nel testo ma nella risposta psichica del soggetto e come interpreta il testo. Il rischio dell’Epistemia non è che il simbolo non possa emergere, ma che venga sistematicamente neutralizzato da un dispositivo che privilegia la risposta alla domanda, la chiusura alla tensione, la plausibilità alla trasformazione.

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